
di
Frank Moorhouse
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Dalla terra del ghiaccio e della neve
La mitologia della cultura heavy
metal trova la sua espressione estrema in Norvegia sul finire
degli anni Ottanta, inizio anni Novanta. Battezzatosi black metal,
questo nuovo filone scaturiva dalle stesse sorgenti che avevano
alimentato band musicali come i
Led Zeppelin e i
Black Sabbath: una
musica dura, apocalittica, con testi intimamente connessi al
satanismo e alle saghe delle divinità nordiche. Ma il
genere black metal, nelle intenzioni dei suoi propositori,
avrebbe dovuto risultare ancora più duro da ascoltare, specie in
merito ai testi. La prima band black metal di un certo
rilievo erano stati i Mayhem,
il cui cantante solista
Øystein Aarseth si faceva chiamare Euronymous e
dichiarava al mondo: «Non voglio vedere gente che abbia rispetto
di me. Voglio vedere gente che odia, che ha paura». Su
questa sintonia di pensiero, Aarseth aveva fondato la sua casa
discografica, la Deathlike Silence, per portare avanti il suo
messaggio anticristiano oltre che per diffondere la sua
musica. Se non si fossero dipinti il corpo di bianco e nero, Aarseth
e i suoi seguaci non sarebbero stati molto diversi dai tanti altri
giovani cresciuti con Beavis e Butthead, che ostentavano lunghi
capelli e un atteggiamento sprezzante. Ma Aarseth e i suoi erano
decisi a dimostrare a tutti che facevano sul serio a cominciare dal
nome della band, che non avrebbe potuto essere più esplicito.
Mayhem («caos») era
esattamente ciò che volevano offrire all'annoiata gioventù di Oslo e
ciò che loro stessi desideravano. Quella che segue è la storia di
due amici che ad un tratto diventano acerrimi rivali, di chiese
antiche di un millennio rase al suolo dalle fiamme, di suicidi e
cannibalismo e di un negozio di dischi il cui nome significava
«Inferno», una storia che si conclude con un omicidio brutale e
sanguinoso. Era venuto il tempo in cui gli spiriti del Valhalla,
nuovamente liberati, avrebbero cavalcato un'altra volta ancora la
terra del Sole di mezzanotte.
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La morte arriva in Norvegia
La band dei
Mayhem in origine si
era formata a Oslo nel 1984, quando Aarseth aveva soltanto quindici
anni. Si ispiravano ad almeno altri tre complessi che avevano con la
loro musica riportato il rock alla sua forma più dura, quella
dei primi Sabbath e
Zeppelin, mostrandosi
sul palco tutti vestiti di nero, la faccia dipinta di bianco,
inneggiando al signore delle tenebre con parole allusive e
provocatorie. Si trattava dei
Venom di Newcastle, degli svedesi
Bathory
2 e degli svizzeri
Hellhammer. Dei tre i
Venom, che per primi
avevano coniato il termine di black metal, erano forse i meno
impegnati sul fronte dell'aspetto satanico. Avevano certamente letto
La Bibbia satanica, ma si consideravano più che altro dei
provocatori controcorrente che cercavano di trovare spazio nel
sovraffollato mercato discografico inglese. Più pronta a sostenere
il proprio
legame con occultismo e satanismo era la band
svizzera degli Hellhammer,
anche se è presumibile credere che fossero gli scandinavi
Bathory il gruppo che
aveva esercitato una influenza più spiccata sui vicini colleghi
norvegesi. In prima battuta i
Bathory, a loro volta, si erano ispirati ai
Venom, imitandone
anche tutto l'apparato scenico, con tanto di croci rovesciate,
spilloni e simboli del Baphomet (la testa del capro
demoniaco). Più avanti, avevano preferito distaccarsi un po'
dall'aspetto horror satanico per trarre ispirazione dal
folclore nordico. Immagini del dio del tuono Thor e delle
valchirie campeggiavano sulle copertine dei loro album, mentre i
testi delle canzoni riecheggiavano le antiche saghe mitologiche dei
loro antenati, un aspetto, questo, che sarebbe diventato molto
importante per il genere black metal appena aveva
incominciato a delinearsi. Da parte loro, all'inizio i
Mayhem altro non erano
che una band il cui unico scopo era quello di «spassarsela al
meglio» e, forse per questo, non avevano inciso dischi che a partire
dal 1987, quando era uscito in mille copie Deathcrush, un
mini-album edito con l'etichetta della Posercorpse, la loro
casa discografica. Anima trainante della band continuava ad
essere il chitarrista
Øystein Aarseth. Assunto il nome di Euronymous (un antico
nome greco che compare nell'Odissea omerica), era stato
raggiunto dal percussionista Jan Axel Blomberg, che si faceva
chiamare Hellhammer («martello dell'inferno»), e dal cantante
solista di origine svedese Per Yngve Ohlin, meglio noto come
Dead («morto»). Una volta consolidato in questa formazione,
il gruppo aveva ulteriormente enfatizzato l'aspetto appariscente e
retorico. Con il corpo dipinto in bianco e nero per assumere un
aspetto «cadaverico», il loro messaggio, da veri nichilisti, era di
disprezzo e condanna verso il mondo intero. Si esibivano
disponendo sul palco delle teste di maiale tutt'attorno, mentre
Dead, non del tutto sano di mente, si esaltava a mandare in frantumi
delle bottiglie per potersi conficcare schegge di vetro nel corpo e
osservare la reazione del pubblico. La musica era perfettamente
allineata all'immagine: estrema, primitiva, brutale; quasi una sfida
per vedere quanto dolore chi ascoltava arrivasse a sopportare. La
sofferenza, il dolore sembrava proprio ciò che il pubblico
desiderava.
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Øystein Aarseth |
Jan Axel Blomberg |
Per Yngve Ohlin |
La Norvegia è un Paese protestante, e anche se a
frequentare regolarmente le chiese non sono in tanti, il modo di
essere della società è intriso dal senso del dovere, dell'impegno e
della disciplina morale, in una nazione che è comunque fra le più
tolleranti d'Europa. In Norvegia, in pratica, esistono pochissime
persone indigenti e forse proprio perché il benessere è così
largamente diffuso, i giovani non hanno grandi motivi per protestare
o ribellarsi contro la società. Per tutti ci aveva pensato Aarseth.
L'idea di rigettare i principî cristiani e di votarsi all'adorazione
del diavolo si era rivelata un ottimo pretesto per raccogliere
attorno a sé tanti ragazzi annoiati. Quando, poco alla volta, il
movimento black metal era cresciuto attorno alla band
dei Mayhem, stuoli di
giovani norvegesi avevano individuato in Aarseth un punto di
riferimento. In breve, era esploso un florilegio di fanzine
dedicate e si erano formate altre nuove band, che si tenevano
in contatto fra loro e si spalleggiavano reciprocamente. Sulla scena
si imponevano anche nuove band come i
Darkthrone e gli
Immortal, e almeno
altri due gruppi che avrebbero raggiunto la notorietà dei
Mayhem: gli
Emperor e i
Burzum.
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Testi impalate di
maiali sul palco durante i concerti dei
Mayhem. |
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«Lui odiava il mondo e tutto quello che ci vive»
D'accordo, erano giovani ribelli,
verrebbe bonariamente da pensare. Peccato che i
Mayhem avessero adesso
la voglia di arrivare al sodo, vale a dire rendere quanto mai
concreto il loro atteggiamento, trasformandolo in azioni. A tre anni
dalla sua adesione al gruppo, il cantante solista aveva pensato bene
di tener fede al soprannome che si era assegnato. Carattere sempre
melanconico e depresso, Ohlin si faceva chiamare
Dead perché dalla
morte era letteralmente ossessionato. Ricordava con insistenza la
sconvolgente esperienza che aveva vissuto in Svezia, quando mentre
si trovava in ospedale, avendo perso i sensi, era uscito dal corpo e
si era ritrovato immerso in una luce blu, poi diventata bianca. Da
quel momento si era soltanto circondato di amici funerei e di
spiritisti e medium, e aveva dichiarato che gli interessavano
solo gli snuff movies, dove qualcuno veniva realmente ucciso,
perché diceva: «Sono interessato a osservare come la gente
reagisce di fronte alla morte o, meglio ancora, davanti ad un
cadavere». Alla fine, accadrà che Ohlin presterà davvero il suo
corpo per testare questa sua ricerca. Al tempo del suo suicidio,
Aarseth, Dead e Hellhammer condividevano una vecchia abitazione ad
Oslo dove vivevano e provavano. Hellhammer era nella casa dei suoi
genitori nell'aprile 1991 quando aveva ricevuto una telefonata di
Aarseth che gli diceva che il loro cantante solista si era tagliato
le vene dei polsi, completando l'opera sparandosi in testa. Quello
che era accaduto dopo sarebbe passato negli annali come esempio
emblematico della depravazione raggiunta dalla cultura black
metal. Appena Aarseth aveva scoperto il corpo senza vita
dell'amico Dead, era corso a comprare una macchina da presa allo
scopo di avere delle immagini del cadavere. Aveva girato un film in
cui si vedeva il povero Dead ripreso da ogni angolazione. Poi aveva
raccolto qua e là nella stanza i pezzi frantumati del cranio. In
seguito, con assoluta disinvoltura, Aarseth avrebbe mostrato questi
reperti agli amici, invitandoli a realizzare dei macabri monili
totemici. Anche Aarseth e
Hellhammer misero attorno al collo un
frammento del teschio dell'amico, che in quel modo avrebbero potuto
«ricordare meglio». Come se questo già non fosse abbastanza, stando
alla testimonianza di Hellhammer, Aarseth, scelti alcuni pezzi del
cervello di Ohlin, li aveva fatti bollire in un pentolino e quindi
se ne era cibato. Il cannibalismo era dunque un altro tabù
che poteva così dire di aver infranto. Solo dopo aver portato a
termine tutti questi macabri rituali, Aarseth si era deciso a
chiamare la polizia per dare notizia del suicidio e far portare via
il corpo. Nella cerchia degli amici e di coloro che ruotavano
attorno alla band dei
Mayhem molti si interrogavano se Ohlin si fosse realmente
ucciso oppure fosse stato assassinato da Aarseth. Questi, da parte
sua, pur al corrente di queste voci non si preoccupava di smentirle;
al contrario, si compiaceva che questa ventilata ipotesi aggiungesse
ulteriore fascino alla dose di misticismo e terrore che aleggiava
attorno alla sua figura. Una cosa era comunque radicata in tutti gli
amici e i conoscenti di Dead: la convinzione che il loro amico, che
in pubblico sovente si auto-feriva e continuava a manifestare
desideri di morte, su questa Terra fosse terribilmente infelice.
Intervistato dall'inviato di una fanzine black metal, poco
dopo quell'episodio, Aarseth aveva dichiarato che il cantante della
band si era suicidato per la disperazione di constatare che
nessuno prendeva la loro musica abbastanza sul serio. «Noi
abbiamo dichiarato guerra», aveva inveito. «Dead si è ucciso
perché i conformisti hanno distrutto tutto quello era stato
costruito dalla cultura black e death metal. Oggi il death metal è
diventato qualcosa di normale, accettato e persino divertente (argh!)
e noi l'odiamo. Quella genuina usava chiodi, punte, catene, cuoio e
abiti neri, ed erano queste le cose per cui Dead viveva, perché
odiava il mondo e tutto quello che ci vive».
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L'inferno sulla Terra
La mossa successiva di Aarseth era
stata quella di aprire un negozio di dischi nell'antico centro
storico di Oslo, che aveva orgogliosamente chiamato Helvete,
il nome degli inferi nella mitologia nordica. Immediatamente, il
negozio era diventato il punto focale attorno al quale si compattava
il movimento black metal. Da dietro la cassa Aarseth
dispensava a schiere di accoliti che si facevano sempre più numerose
musica estrema, ma anche pillole della sua saggezza non
convenzionale. Poi aveva battezzato la sua etichetta discografica,
la Deathlike Silence, con la quale intendeva promuovere non
solo la musica del suo gruppo, ma anche quella di band
amiche, incominciando con i
Merciless. Tuttavia, malgrado le intenzioni, sul piano
commerciale Aarseth era stato costretto a venir meno a quanto
sostenuto come un manifesto ideologico. Poteva anche detestare i
conformisti, la gente comune, come li chiamava lui, quelli che
«diluivano» l'autentico e puro messaggio black metal,
tuttavia se voleva ricavare qualcosa dalla sua produzione era
costretto a venire incontro anche alle loro esigenze. «Questo ci
aiuterà a guadagnare un po' di soldi che ci consentiranno di
produrre altra musica malvagia per gente malvagia»,
teneva a spiegare. Fantasticava che il suo negozio potesse diventare
una specie di «chiesa nera» completamente al buio dove i
clienti per scegliere la merce da acquistare
dovessero entrare con
delle torce. Ma ancora una volta era dovuto scendere a patti con la
reale fattibilità delle cose e limitarsi a una tinteggiatura nera e
rossa e a delle grandi candele, anche se non aveva rinunciato ad
esporre un manichino di donna vestita in modo attraente con un ampio
mantello nero. E così, attorno alla metà del 1991, le cose gli
stavano andando piuttosto bene. Data l'alta specializzazione, il suo
negozio attirava clienti da ogni parte, desiderosi di poter
acquistare dischi introvabili altrove e, soprattutto, felici di
poter mettere le mani su tutto ciò che la cultura black metal
produceva. Aarseth li riceveva tutto vestito di nero, i capelli
tinti dello stesso colore, sul volto un paio di folti baffi.
Stivaloni neri alti fin sopra al ginocchio lo rendevano molto simile
ai nobili perversi e corrotti dei film di
Roger Corman:
pensate all'attore
Vincent Price nel film Il pozzo e il
pendolo, soltanto un po' più piccolo e meno attraente. La
visione che Aarseth aveva del concetto di «male» era in parte dovuta
ad una giovanile infatuazione per il comunismo. Era stato
membro della Gioventù Rossa, l'ala giovanile del Partito
Comunista dei Lavoratori, un movimento che per molti anni aveva
coagulato attorno a sé l'intellighenzia norvegese, fra cui
illustri scrittori, giornalisti e ovviamente uomini politici. L'idea
di grandi leader che, grazie al carisma personale, fossero in
grado di ottenere un rispetto universale faceva molta presa sulla
mente di Aarseth. Possedeva una nutrita raccolta di memorabilia
provenienti dal blocco orientale, fra cui alcune fotografie del
tiranno rumeno Nicolae Ceausescu (1918-1989), uno dei suoi
idoli. Il satanismo aveva fatto capolino in questi fermenti qualche
tempo dopo, quando i Venom
avevano spalancato la porta del Signore delle tenebre nel cuore di
Aarseth. L'interesse per la mitologia nordica, invece, era nato
quando era diventato amico del cantante solista di una band
di Bergen, Kristian Larssøn Vikernes. Kristian aveva iniziato
la sua carriera artistica nel filone death metal come
chitarrista di una band che si chiamava
Old Funeral. Presto
però si era stancato dei compagni e aveva preferito starsene da solo
per conservare la sua completa indipendenza artistica. Appassionato
dell'opera di John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973), Vikernes
aveva fondato i Burzum,
una parola che nel gergo tolkieniano della «lingua nera» significava
«buio», «tenebra» 3.
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Nicolae Ceausescu |
J. R.
R. Tolkien |
Varg Vikernes |
Lui stesso aveva
cambiato nome, assumendo quello di un orco della saga de Il
Signore degli anelli, il Conte Grishnackh. Quando Aarseth
era venuto a conoscenza dell'attività del conte, l'aveva
immediatamente condivisa con grande entusiasmo. Per dare sostegno
alla sua etichetta discografica emergente, Aarseth aveva già
reclutato un discreto organico, fra cui
Darkthrone,
Immortal,
Thorns,
Enslaved,
Emperor, tutta gente
abbastanza cattiva da essere accettata in quello che Aarseth
chiamava «Circolo nero». Proseliti che non esitavano a
dipingersi il corpo come cadaveri con orgoglio e ostentazione e che,
dapprincipio in modo un po' generico, non avevano avuto timore a
scagliarsi ferocemente contro i principî della cristianità. A questo
punto in mezzo a loro era arrivato anche il Conte Grishnackh.
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Il segno di Lucifero sull'Europa
Durante l'estate del 1991, il
satanismo non era rimasto confinato alla ristretta cerchia legata
alla realtà sociale dell'Helvete e si era guadagnato ovunque
pagine e pagine di giornali. Il fremito satanico che aveva pervaso
gli Stati Uniti dall'inizio alla metà degli anni Ottanta, nel 1988
aveva toccato il vecchio continente, attraverso l'Inghilterra,
quando era scoppiato il caso di sette bambini di un quartiere di
case
popolari di Nottingham che erano stati posti sotto tutela. Il
sospetto riguardava la possibilità che fossero stati oggetto di
abusi da parte delle famiglie. Nel febbraio del 1989 dieci uomini e
dieci donne erano stati accusati di incesto, atti osceni e crudeltà
di vario genere perpetrati ai danni di ben ventidue bambini. Una
volta dati in affidamento, le autorità avevano incaricato le
temporanee famiglie adottive di prendere nota scritta di tutte le
dichiarazioni che i piccoli avessero eventualmente fatto sugli abusi
subiti. Da lì vennero i primi sospetti di abuso perpetrati durante
riti satanici. Infatti, gli allibiti genitori affidatari si erano
sentiti raccontare storie incredibili di sabba stregoneschi,
sacrifici di bambini e di animali; storie che si erano affrettati ad
appuntare in meticolosi diari al fine di poterli utilizzare in sede
di dibattimento processuale. La polizia non si era fatta
impressionare più di tanto e aveva comunque condotto delle proprie
indagini indipendenti. Si era appurato che le sconvolgenti
dichiarazioni su abusi legati a riti satanici erano emerse negli
incontri bisettimanali di sostegno, tra le famiglie affidatarie e
due psichiatri statunitensi ritenuti molto addentro a queste
problematiche. Il panico satanico sarebbe nato proprio a seguito dei
colloqui intercorsi fra questi specialisti, convinti a priori che il
caso contemplasse sfumature di satanismo, e i genitori adottivi che
avevano in tutela i ragazzini, che sarebbero stati a loro volta
influenzati. Una contaminazione tale da suggerire alla polizia di
non assumere a livello di prove d'accusa i vari diari di appunti.
Tuttavia, i sociologi erano insorti. Da parte loro, i presunti
«esperti» di abusi satanici,
Ray Wyre e il Dr. Kirk Weir,
avevano continuato a sostenere che il caso rientrava senz'altro in
un contesto a forti sfumature sataniste. Il giudice, Justice
Margaret Booth, aveva dato credito a questa ipotesi e disposto
una commissione super partes, composta da poliziotti e
operatori sociali che non fossero ancora venuti in alcun modo in
contatto con il caso. Dalla nuova inchiesta si era evidenziato che
non uno dei luoghi citati nei diari come teatro di rituali satanici
esisteva realmente e che tutti i ragazzi non avevano fatto altro che
raccontare storie completamente inventate, dopo che Ray Wyre aveva
riempito la testa ai genitori adottivi di possibili «indicatori
diabolici». Il rapporto si chiudeva con questa osservazione: «Si
direbbe del tutto probabile che lo scenario di abusi in nome di
Satana sia esistito solo e soltanto nella mente e nella
immaginazione di coloro che volevano o avevano bisogno di credervi.
Quando fatti simili
sono successi negli Stati Uniti ne è scaturita
un'assurda caccia alle streghe che ha rovinato la vita di non poche
persone innocenti». Si raccomandava, inoltre, che da quel
momento in avanti i rapporti su abusi in riti satanici, non
comprovati né sostanziati da prove, non fossero in alcun modo tenuti
in considerazione dai dipartimenti di servizi sociali del Regno
Unito. Peccato che questo rapporto conclusivo, che già aveva
incominciato a circolare sulle scrivanie degli ispettorati dei
servizi sociali, venisse repentinamente cassato e ritirato
dall'allora sottosegretario alla Sanità. Ne era conseguito che Ray Wyre aveva inopinatamente ripreso a diffondere il panico satanico
partendo da Pembroke nel Galles dell'Ovest, dando il via al più
clamoroso presunto caso di abusi e rituali satanici mai registrato
nel Regno Unito. All'inizio degli anni Novanta, questa storia
fasulla si era diffusa andando ad interessare in pratica tutti i
dipartimenti dei servizi sociali del Regno Unito, con casi
registrati a Rochdale, nelle Isole Orcadi e ad Ayr. Di nuovo il
governo aveva allora affidato una seconda indagine sull'abuso nel
contesto di riti satanici alla professoressa
Jean La Fontaine,
la quale aveva riscontrato che non erano mai esistiti inquietanti
misteri satanici. Malgrado tutto questo, l'11 giugno 1991, una lunga
intervista con un funzionario della polizia di Oslo comparsa sul
quotidiano norvegese Dag-bladet presentava per la prima volta
in Norvegia il mito degli abusi satanici come la notizia del giorno.
Oltre a disgustose descrizioni di rituali satanici, il funzionario
reintroduceva come se niente fosse quegli stessi concetti e quelle
stesse informazioni già ampiamente screditati nel Regno Unito. A suo
dire, ad Oslo erano presenti e operativi due importanti e influenti
circoli satanici. Inutile sottolineare l'eco che la notizia provocò
nella stampa norvegese. Un titolo in particolare, comparso il 19
giugno 1991, sul giornale Vàrt Land sintetizzava con enfasi
il clima che si era venuto a creare attorno al circolo nero
satanista: il satanismo ha in odio la vita.
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Oltre la soglia
Kristian Vikernes era nato l'11
febbraio 1973 nei sobborghi di Bergen, la seconda città della
Norvegia, sulla costa orientale. Il padre Lars, un ingegnere
elettronico, quando Kristian era piccolo, per motivi di lavoro aveva
costretto la famiglia a molti trasferimenti. Erano stati un anno in
Iraq e proprio in questo soggiorno la madre di Kristian, Lene Bore,
riconosceva il punto di svolta nella vita del figlio. «Sono
convinta che il suo disprezzo nei confronti degli altri popoli abbia
avuto inizio proprio in questo momento, perché qui si era reso conto
di come venissimo trattati diversamente». Essendo l'unico
bambino biondo ed europeo in quella terra del Medio Oriente,
Kristian, che aveva all'epoca aveva soltanto sei
anni, a scuola
godeva di una considerazione particolare da parte degli insegnanti e
la cosa lo offendeva profondamente. «Mio figlio aveva già dentro
di sé un profondo senso della giustizia. Ciò gli creava un mucchio
di problemi, perché quando vedeva maltrattare gli altri bambini il
suo istinto lo spingeva a intervenire, a ribellarsi per cercare di
mettere a posto le cose». Ma c'era anche un altro fortissimo
influsso che stava plasmando la personalità del bambino e questo
stimolo l'aveva molto vicino. Si trattava del padre, un uomo molto
rigido e autoritario, che qualche volta teneva a farsi rispettare
ricorrendo anche alle maniere forti. Non di rado, al piccolo
Kristian capitava di vedere la mamma maltrattata dal papà, cosa che
accendeva in lui uno spirito di ribellione e che lo portava ogni
volta a sfidare il genitore. «Prestissimo il loro rapporto aveva
incominciato a incrinarsi», avrebbe poi raccontato la signora
Lene. «Proprio perché Kristian aveva un rapporto conflittuale col
padre, io cercavo di ovviare a tutto questo facendogli sentire il
più possibile il mio affetto. Credevo di dovergli dare qualche
attenzione in più, per cercare di attenuare la tensione che gli
derivava dal conflitto col padre e da quanto gli accadeva ogni
giorno a scuola». Alla fine, Lene non ce l'aveva più fatta,
aveva lasciato il marito e con Kristian, ormai quattordicenne, e il
figlio più grande si era stabilita a Bergen. Qui Kristian aveva
preso in odio la scuola. Preferiva rifugiarsi nel mondo fantastico
creato da Tolkien, abitato da orchi, mostri e maghi e dedicarsi ad
approfondire la storia della Germania nazista nella Seconda Guerra
Mondiale. In breve, era diventato uno skinhead che aveva
incominciato a «fraternizzare con i fanatici delle armi».
Avrebbe poi ricordato: «Il mio hobby principale era avere a che
fare con le armi, sparare, sostenere allenamenti militari e
divertirmi nei boschi con le armi da fuoco». Da autodidatta
aveva imparato a suonare la chitarra e a diciassette anni era
entrato a far parte della sua prima band, gli
Old Funeral. In questo
periodo, anche se Bergen poteva a buon titolo considerarsi il centro
occulto della Norvegia, contando alcune Logge dell'Ordo Templis
Orienti, il movimento occultistico fondato da
Aleister Crowley
(1875-1947), venutesi a creare all'interno dell'Università
4, Vikernes non aveva alcun contatto con
organizzazioni o persone che si dichiarassero satanisti. Questo
almeno fino al 1989, quando Kristian aveva incontrato il più maturo
e influente 0ysten Aarseth. I due erano diventati immediatamente
affiatati discutendo di black metal e satanismo. Aarseth
aveva fatto conoscere al più giovane amico la produzione della sua
etichetta discografica, confessandogli che era sua intenzione
pubblicare soltanto musica che fosse «pura malvagità». Questo
era il tipo di discorsi che Vikernes desiderava sentire. Ispirato
dalla decisione di Aarseth di assumere il nome di Euronymous al fine
di apparire ancora più malvagio, anche Vikernes aveva deciso di fare
lo stesso e la scelta per il nuovo nome da adottare era caduta su
Varg, che significa «lupo». Quando la band degli
Old Funeral aveva
imboccato
strade artistiche troppo commerciali per i suoi gusti, Vikernes se ne era distaccato e aveva messo in piedi il progetto dei
Burzum che lo aveva
condotto direttamente nel cuore del circolo nero di Aarseth. Qui
aveva incontrato altri che condividevano l'ossessione per
l'estremismo, per l'odio generalizzato, per l'estetica del male.
Lui e Aarseth erano diventati amici, tanto che per un certo periodo
Vikernes, in compagnia di Samoth, il chitarrista degli
Emperor, si era
addirittura trasferito a vivere nella cantina che stava sotto
Helvete. Era il periodo in cui le band musicali che
frequentavano il negozio di Aarseth si scambiavano i diversi
componenti. Per esempio Vikernes, al basso, aveva inciso un intero
album con i Mayhem
intitolato
De Mysteriis Dom Sathanas («I riti segreti di
Satana il Signore»). I musicisti che si ritrovavano in negozio
vi sostavano ore, bevendo e discutendo, filosofeggiando. Quando
Aarseth tirava giù la serranda del negozio, per trascorrere la notte
tutti si trasferivano al Lusa Lotte Pobb, l'unico locale
black metal di Oslo. Intanto Aarseth e Vikernes diventavano
sempre più intimi. Anche se Vikernes non amava ubriacarsi di birra
come tutti gli altri, aveva in grande considerazione le idee di
Aarseth, che nella sua immaginazione vedeva come un grande leader.
Oltre tutto era pure un ottimo chitarrista. Anche quando Vikernes
fece ritorno a Bergen, dopo che la gelida anticamera dell'Helvete
era diventata troppo per lui, i due restarono in contatto. Sia
Vikernes, che venerava Odino, il dio nordico della guerra,
sia Aarseth, che era più incline al satanismo, decisero di dare «ai
conformisti» un bel calcio nel di dietro, rilasciando alle
fanzine delle interviste sempre più provocatorie. Tipico di
questo periodo il manifesto di Aarseth, in cui stigmatizzava le
allora in auge correnti ideologiche delle band punk che
sostenevano di prendere le distanze dalle provocazioni tutto sesso e
droga del black metal, arrivando a definirsi «la linea
retta»: niente alcool, né droga, né carne, né prodotti non etici.
Aarseth aveva storto il naso, dichiarando duro: «I maiali hanno
giustamente dichiarato di essere i custodi della moralità; ma noi
dobbiamo rigettargli in faccia queste cose e diventare i custodi
dell'antimoralità». E per farlo stava mettendo a punto un piano
terribile.
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Nelle case della santità
Caratteristiche uniche della sola
Norvegia, le chiese a doghe di legno sono strutture fantastiche,
alcune antiche di almeno mille anni. Le alte coperture a timpano
tutte decorate che si impennano in guglie ricordano le prore delle
navi vichinghe, e alcune per ulteriore suggestione sono ricoperte di
pece scura. Le aspre pareti esterne sono tutte scolpite e riportano
i tipici motivi ad intreccio della tradizione nordica che
riconducono alle divinità pagane, mentre dai frontoni si levano le
teste stilizzate di grandi, paurosi dragoni. La Norvegia conservava
un tempo circa un migliaio di questi luoghi sacri, nel 1992 ridotti,
a causa della loro evidente vulnerabilità, a soli trentadue
esemplari. Il paese di Fantoft, a pochi chilometri di distanza da
Bergen, conservava una chiesa di questo genere risalente al XII
secolo. In origine sorgeva nel centro di Fortun, nella Norvegia
centrale, ma le autorità locali avevano deciso di smantellarla per
far luogo ad una nuova area cimiteriale, verso la fine
dell'Ottocento. Per fortuna, il manufatto era stato salvato,
smontato con cura pezzo per pezzo e trasferito per l'appunto a
Fantoft, dove era stato rimontato nel contesto di un tipico
paesaggio norvegese, sulla cima di una collina boscosa. Alle sei del
mattino del 6 giugno 1992 questo piccolo gioiello di architettura
locale veniva dato alle fiamme e distrutto per sempre. Era l'inizio
di un'estate che si preannunciava caldissima. Mentre i giornali
dedicavano le prime pagine a questo avvenimento, altre chiesette
venivano distrutte dal fuoco.
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La chiesa
di Fantoft prima e dopo il rogo. |
Il primo agosto era stata rasa al
suolo la chiesa di Revheim, nel Sud della Norvegia; venti giorni
dopo era toccato alla cappella Holmenkollen di Oslo; il primo
settembre alla chiesa di Ormøya, il 13 dello stesso mese a quella di
Skjold. In autunno poi andava a fuoco la chiesa di Hauketo a
ottobre, poi quella di Àsane a Bergen e di Saropsbor, dove un vigile
del fuoco era morto nel disperato tentativo di spegnere le fiamme.
Per qualche mese gli investigatori erano rimasti completamente
all'oscuro in merito ai possibili autori degli attentati. Il 26
luglio 1992, poco tempo dopo la distruzione della chiesetta di
Fantoft, uno degli attentatori aveva appiccato il fuoco nella casa
di un cantante black metal, Christopher Jonsson, a
Upplands Vàsby, nei pressi di Stoccolma, in Svezia. Jonsson, che
proprio di recente aveva aspramente avuto da dire con Vikernes,
quella notte era stato fortunato, perché, destatosi immediatamente
per il fumo, era riuscito a limitare i danni senza gravi
conseguenze. Qualche giorno dopo, aveva ricevuto una lettera dalla
Norvegia, in cui c'era scritto: «Salve, vittima! Qui è il Conte
Grishnackh di Burzum. Sono appena tornato da un viaggetto in
Svezia... e credo che mi sia caduto un fiammifero acceso e un LP dei
Burzum... ah, ah! Può darsi che torni a fare una puntatina lì da te,
ma questa volta, sta' sicuro, non ti sveglierai nel cuore della
notte, perché ti darò una bella lezione, ti prenderai una gran
paura...». L'autore concreto dell'attentato non era stato
Vikernes, ma una diciottenne, Suuvi Mariotta Puurunen,
ossessionata dalla sua personalità. Quando era stata arrestata le
avevano trovato in casa un diario in cui erano narrate per filo e
per segno le azioni che aveva compiuto la notte dell'attentato.
«Sono stata in missione per il nostro capo, il Conte. Io lo amo. Le
sue fantasie sono il massimo. Desidero un coltello, un coltello
sottile e tagliente, affilato e crudele». La ragazza era stata
condannata ad un anno di stretta osservazione in un ospedale per
malati di mente. Da qui non c'era voluto molto a intuire come alcuni
indizi importanti indicassero il Conte Grishnackh come mandante
degli incendi nelle chiese, anche perché il guerriero di Bergen
aveva la lingua lunga.
l
Partono gli incendi
Il 19 febbraio 1993, Vikernes
rilasciava un'intervista a Finn Bjørn Tønder del quotidiano
Bergens Tidende. Il giorno dopo, il titolo forte della prima
pagina suonava: «Abbiamo appiccato noi gli incendi». Sotto
compariva una fotografia del Conte in una smorfia minacciosa. Anche
se
Vikernes non era nominato, questa intervista gli sarebbe costata
cara. Si poteva leggere: «"Ci siamo noi dietro tutti gli incendi
alle chiese in Norvegia. Abbiamo incominciato con quella di Fantoft
e non abbiamo intenzione di fermarci". Dietro a queste sconvolgenti
dichiarazioni si nasconde un anonimo, un uomo di Bergen di
vent'anni. Siamo riusciti a trovarlo grazie a due giovani che lo
conoscono e così il nostro giornale ha potuto incontrarlo». Il
pezzo continuava con il racconto del giovane anonimo in merito agli
eventi accaduti: «Chiamateci come vi pare. Noi siamo
devoti al diavolo, ma non ci piace usare il nome di "Satana",
perché questo nome è stato ridicolizzato da gruppi di sciocchi,
sedicenti satanisti. Coglioni che si credono grandi uomini». Poi
Vikernes proseguiva riferendo nei dettagli come erano andate le
cose, e tutti i dettagli erano stati debitamente riscontrati. Alcuni
particolari avevano sorpreso perfino la polizia. Ad esempio,
Vikernes diceva che prima di appiccare il fuoco alla chiesa di
Fantoft, lui e i suoi avevano catturato un coniglio selvatico che
avevano sacrificato sulla soglia dell'edificio. Una precisazione che
era stata oggetto di conferma da parte di Inge Morild,
docente del Gades Institute, che aveva dichiarato che sul
posto era stata in effetti rinvenuta la carcassa decapitata di un
coniglio, affermando: «Credo che neanche la polizia lo sapesse».
Una persona sola poteva quindi essere responsabile di quella
distruzione col fuoco nella più simbolica data
dell'anno: il 6
giugno (sesto mese) alle sei della mattina: «L'intenzione era
quella di innescare contemporaneamente in tutta la Norvegia
l'incendio simultaneo delle chiese prese di mira. Gli altri nostri
contatti però hanno esitato e non sono entrati in azione. Forse
pensavano che tutto si riducesse a parole e basta. Ma non tutto il
male viene per nuocere, perché la loro codardia ci ha consentito di
esercitare poi maggior potere su di loro». Vikernes si era
dilungato sulle motivazioni che il 23 dicembre avevano portato alla
distruzione della chiesa di Àsane: «Perché in televisione era
stata pronunciata la parola "pacifico". Noi siamo follemente
irritati verso tutto ciò che la società individua come retto e
giusto». Di nuovo ciò che veniva dichiarato collimava con le
informazioni raccolte dagli investigatori. Anche se poi lo stesso
Vikernes aveva smentito quella sua intervista, ridendoci sopra e
definendola per lo meno «assurda», era invece più che evidente come
il desiderio di vantarsi della sua opera fosse di gran lunga
superiore al suo istinto di conservazione. L'articolo comparso sul
Bergens Tidende aveva scatenato un frenetico interesse dei
mass media e degli organi di polizia nei confronti del mondo
black metal, dando ulteriore sostegno all'ipotesi già da tempo
ventilata di un'intensa attività da parte delle sètte sataniche in
Norvegia. Mentre la vicenda rimbalzava sulle prime pagine di tutti i
giornali nazionali, alla porta di Vikernes era andata a bussare la
polizia. Nelle mani degli investigatori già c'erano alcuni
pieghevoli che pubblicizzavano un mini album dei
Burzum intitolato
Aske, in cui compariva un'immagine delle rovine fumanti della
chiesa di Fantoft. Nel depliant, Vikernes aveva avuto la
gentilezza di riportare anche il suo indirizzo come contatto.
l
I
Mayhem e l'omicidio
Ma non erano solo gli incendiari che
la polizia stava ricercando. Ad alcune fanzine di settore
Vikernes aveva accennato all'omicidio di un omosessuale avvenuto a
Lillehammer, e ora i sospetti erano caduti su di lui e su alcuni
altri personaggi che ruotavano nella sua cerchia satanica, come
Samoth e Bård Eithun degli
Emperor. E in effetti
l'assassino era stato proprio Eithun, che aveva anche contribuito
concretamente con Vikernes ed Euronymous ad appiccare il fuoco alle
chiese. Interrogati, i diretti interessati negavano caparbiamente
ogni addebito, rassicurati anche dal fatto che non esisteva ancora
una concreta prova che li potesse in qualche modo inchiodare. Furono
quindi
rilasciati. Lungi dall'aver imparato la lezione relativa ai
possibili pericoli derivanti dalla pubblicità, Vikernes e Aarseth
erano nuovamente tornati alla ribalta per aver fornito il pezzo
d'apertura alla più importante rivista heavy metal inglese,
diffusa in tutto il mondo, il settimanale Kerrang!. Sulla
copertina si annunciava: «Incendi... Morte... Riti satanici... La
verità inquietante sul black metal». Il pezzo era apparso nel
marzo del 1993, appena due mesi dopo che Vikernes era sfuggito per
poco all'arresto. A questo punto, la sua sfacciataggine e la sua
megalomania stavano per fargli perdere il controllo. Sia lui che Aarseth si autodefinivano i «terroristi satanici» che stavano
dietro all'ondata di crimini che aveva invaso la Norvegia,
accennando ad una «cerchia interna» di membri delle congreghe che
avevano agito su loro ordine. Helvete, confessava Aarseth,
costituiva la piattaforma economica che permetteva di finanziare le
operazioni terroristiche, ma declinava ogni responsabilità diretta
in merito a quanto stava capitando, perché era evidente che se i
leader del movimento fossero stati arrestati il movimento stesso
sarebbe fallito, non avrebbe potuto continuare ad esistere. Questo
non era che il primo di una lunga serie di articoli in cui si
descriveva la sinistra ideologia di quello che veniva definito il
Circolo Nero. Dopo aver citato Cronos dei
Venom, che ripeteva
che il satanismo dei testi della band non andava inteso alla
lettera, nel pezzo si ricordavano anche i
Paradise Lost, una
band inglese, e l'esperienza da loro avuta in Norvegia, quando i
giovani metallari locali li avevano accusati di non essere un gruppo
veramente malvagio. «Sono dei pazzi fottuti!», aveva
dichiarato il cantante Nick Holmes. «Si tratta di un culto
alla Manson; un po' come il neonazismo nella Germania dell'Est... lo
stesso gioco di potere». Vikernes rispondeva di essere pronto ad
appoggiare qualsiasi dittatura e che da lì a poco sarebbe diventato
il «tiranno della Scandinavia».
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Bård Eithun |
Cronos |
Nick Holmes |
In realtà, Vikernes si stava
preparando ad un clamoroso atto finale, ma neppure i più addentro
alla cultura e allo scenario black metal del tempo potevano
anche soltanto avere la più pallida idea di che cosa stesse
meditando. Nel corso dei mesi successivi, Vikernes e Aarseth avevano
litigato soprattutto per stabilire chi dei due fosse il vero
leader. Da parte sua, Aarseth era stato costretto a chiudere il
negozio a causa delle troppe pericolose attenzioni di cui ormai era
oggetto. Tra l'altro, i genitori che finanziariamente lo avevano
aiutato ad aprirlo, ora gli avevano imposto di farla finita,
prendendo le distanze dalle vicende che lo riguardavano e che si
andavano facendo sempre più scottanti. E così Helvete e la
correlata etichetta musicale Deathlike Silence avevano chiuso
i battenti; la società discografica, per di più, non aveva pagato i
diritti d'autore maturati da alcune band che avevano inciso
sotto la sua etichetta, fra cui anche i
Burzum. Vikernes,
rendendosi conto che il vecchio capo stava per cadere, si era dunque
candidato per sostituirlo. Aveva incominciato a prendere in giro
colui che un tempo era stato il principe delle tenebre, deridendolo
come comunista e omosessuale, ironizzando sulle sue dubbie capacità
di imprenditore e sulla sua reticenza a partecipare ad azioni e
attività non lecite. Nel breve volgere di qualche mese, quello che
un tempo era stato il pupillo del capo aveva accumulato un altissimo
tasso d'odio nei suoi confronti e la cosa era risaputa da tutti
quelli dell'ambiente. Il 10 agosto 1993, il corpo senza vita
dell'uomo che poteva considerarsi a buon titolo il padre della
cultura black metal, Øystein Aarseth, alias Euronymous,
era stato trovato sul pianerottolo del suo appartamento di Oslo. Era
stato pugnalato brutalmente con lunghi fendenti, molti portati alla
schiena. Aveva soltanto venticinque anni.
l
La malvagità prima di tutto
Alla polizia di Oslo furono
sufficienti quattro giorni di indagini all'interno del popolo del
black metal prima di tornare di nuovo a bussare alla porta di
Varg Vikernes. Usa, la sedicenne ragazza svedese di Aarseth, anche
se per paura di fare la stessa fine del suo ragazzo non aveva
fatto
il nome esplicito del Conte, aveva comunque offerto agli
investigatori spunti sufficienti per indirizzarli verso Vikernes.
Poi avevano ascoltato un nuovo «acquisto» della band dei
Mayhem, il chitarrista
Snorre Westvold Ruch, presente con Vikernes in quella notte
fatale. Ruch aveva una gran paura della possibile vendetta del Conte
e aveva tentennato a lungo prima di cedere sotto l'incalzare
dell'interrogatorio. Era emerso che il Conte stava progettando
l'uccisione del suo ex amico da parecchio tempo. Per costruirsi un
alibi accettabile si era affidato a due complici, Ruch e Andreas
Nagelsett, che avrebbero dovuto testimoniare di aver trascorso
quella notte insieme con lui nel suo appartamento a Bergen.
Innanzitutto, i tre avevano noleggiato un film. Dopo che Vikernes e
Ruch erano partiti per Oslo, Nagelsett doveva farlo andare a tutto
volume nell'appartamento, mentre intanto batteva sui tasti di una
macchina da scrivere: tutti rumori che i vicini avrebbero potuto
riconoscere senza difficoltà. Il film scelto era uno che tutti e tre
avevano già visto, così sarebbe stato possibile rispondere anche a
eventuali domande sui dettagli della trama. Vikernes aveva inoltre
lasciato la sua carta di credito a Nagelsett affinché in piena notte
procedesse ad un prelievo, a dimostrazione che nelle ore topiche in
cui avrebbero consumato il delitto lui era in città. Ma nella fretta
e nell'agitazione del momento, Vikernes aveva consegnato al complice
la carta sbagliata e il prelievo non era avvenuto (un altro
killer tradito da un piccolo rettangolo di plastica!). Vikernes
si era anche premunito di portarsi dietro un contratto firmato da
Euronymous per commercializzare i futuri dischi dei
Burzum con l'etichetta
della sua casa discografica, la Deathlike Silence. Malgrado i
dissapori che erano sorti fra i due ex amici, sotto il profilo
commerciale Aarseth non aveva mai trascurato di promuovere i dischi
della band di Vikernes, pensando che questa dimostrazione di
buona volontà avrebbe contribuito a placare gli animi e a sedare le
controversie fra loro. Vikernes aveva firmato il contratto in data 9
ottobre: un errore, stando a quanto avrebbe poi dichiarato. Ma il
suo intento originale era di dimostrare tramite questi documenti che
si era incontrato con Aarseth solo per discutere di affari in modo
amichevole. Temendo di
potere essere riconosciuto da qualcuno, Vikernes aveva trascorso tutto il tempo del viaggio da Bergen a Olso
sul sedile posteriore della Wolkswagen Golf della madre,
nascosto sotto un mucchio di magliette mentre Ruch era al volante. I
due si erano subito diretti a casa di Aarseth, dove Vikernes aveva
chiesto di entrare. Destato nel sonno, il suo ex amico era andato ad
aprire in mutande, Vikernes era entrato nell'appartamento e aveva
atteso appena il tempo necessario a mostrare il contratto, e subito
si era messo a gridare, aveva tirato fuori il coltello e aveva
ripetutamente colpito Aarseth. La colluttazione era avvenuta sulla
soglia di casa, quasi sul pianerottolo, che la vittima aveva cercato
disperatamente di raggiungere per poter sfuggire al suo assassino.
Ma Vikernes lo aveva inseguito e colpito con furia molte volte,
raggiungendolo definitivamente all'altezza del primo piano dove
l'aveva finito sbattendogli la testa contro il pavimento in cemento.
Ruch, che stava malvolentieri attendendo lo svolgersi dei fatti
sulle scale, non aveva potuto fare a meno di assistere a quanto era
accaduto. Dopo avrebbe raccontato: «Mentre me ne stavo ad
aspettare fuori dalla porta di Øystein ho sentito dei rumori; poi ad
un certo momento Øystein era uscito inseguito dal conte che lo
tallonava. Era tutto coperto di sangue, cercava scampo
disperatamente per le scale. Mi sono reso conto che stava
andandosene all'inferno. Avremmo voluto che morisse all'interno
dell'alloggio e velocemente, non una cosa così drammatica con cento
e più coltellate». Ruch era quindi corso verso il portone e,
uscito dalla casa, si era diretto alla macchina parcheggiata.
Vikernes gli era corso velocemente dietro. Saltati in auto erano
tornati a Bergen, senza neanche essere sicuri se Aarseth fosse morto
o ancora vivo.
l
Il Conte è fuori gioco
In un baleno l'omicidio di Aarseth era
stato annunciato da tutte le televisioni del Paese. E la gente aveva
incominciato a parlare, a mormorare a proposito di Vikernes e della
sua lingua lunga, nonché di Bård Eithun. L'omicidio del 21 agosto
1992 dell'omosessuale Magne Andreassen a Lillehammer non era
ancora stato risolto, né gli inquirenti stavano seguendo qualche
traccia interessante, finché con la morte di Aarseth la comunità
black metal non divenne il logico bersaglio delle inchieste
della polizia. Ora tutte le dita erano puntate. D'altra parte,
Vikernes aveva già rivelato a troppa gente di sapere che l'assassino
era stato Eithun e che lui condivideva appieno l'azione perché la
vittima era un gay e gli
omosessuali erano un altro gruppo di
persone che lui disprezzava. Anche lo stesso Eithun non era stato
capace di tenere la bocca chiusa. Era stato arrestato quasi in
contemporanea con Vikernes e non ci aveva messo molto a raccontare
ogni cosa. Eithun aveva confessato di trovarsi nella notte del
delitto a Lillehammer in giro per locali per farsi un bicchiere. Ma
erano tutti pieni di gente e allora aveva deciso di rientrare a
casa. Lungo la strada era stato avvicinato da un uomo che era
«chiaramente ubriaco e frocio». Malgrado questa presa di
coscienza, quando l'uomo gli aveva proposto di appartarsi nel bosco,
Eithun non si era scandalizzato né aveva proclamato la sua
eterosessualità rifiutando l'invito, bensì lo aveva accettato. «Di
colpo avevo deciso che l'avrei ucciso; una cosa davvero
strana per quanto mi riguarda, perché non sono mai stato un tipo che
va in giro ad uccidere la gente». Ciò nonostante, Eithun aveva
trovato la forza di colpire ripetutamente con un coltello lo
sventurato e indifeso Andreas, non appena si erano affacciati al
limitare del bosco. Poi si era accanito contro di lui colpendogli la
testa con calci violenti con gli stivali dalle punte in acciaio, per
essere sicuro di averlo ucciso. Quando aveva fatto rientro a casa
della madre, la donna stava dormendo e così Eithun aveva pensato che
alla fine la sua spedizione punitiva si era risolta per il meglio,
in quanto nessuno l'aveva visto. Il giorno dopo aveva chiamato
Vikernes confessandogli ciò che aveva fatto. E ora tutti i nodi
venivano al pettine. Vikernes avrebbe poi descritto il quasi
contemporaneo arresto suo e di Eithun con il solito stile
magniloquente: «E così avevano incominciato ad arrestarne altri,
perché quella lurida puttana rumena... aveva raccontato che Bård
aveva ucciso un ragazzo, esattamente ciò che lui le aveva
confessato. Ovviamente i poliziotti non avevano uno straccio di
prova, ma lui aveva ammesso tutto... Poi erano passati ad un altrove
ad un altro ancora, finché un pezzo per volta il mosaico era stato
ricostruito. È tipico: questo era l'unico modo grazie al quale delle
persone insignificanti possono per un attimo sentirsi importanti,
tradendosi l'una con l'altra. E così era stato. Inutile ricordare
che il pesce più grosso ero io».
l
Prove schiaccianti
Quando il 20 agosto la polizia si era
presentata a Bergen per prelevare Vikernes, nella sua abitazione
erano venuti fuori 150 chili di dinamite e glinite,
raccolti, si diceva, per far saltare in aria la chiesa Nidarsodomen
di Trondheim, un meraviglioso edificio risalente all'XI secolo,
monumento nazionale, all'interno della quale sono custoditi i
gioielli della Corona. Vikernes aveva negato questo addebito, come,
d'altra parte, aveva sempre negato tutti i crimini che gli erano
stati ascritti. Dopo nove mesi si era aperto il processo. In
prigione aveva lamentato che,
dopo tutto, le carceri norvegesi non
erano abbastanza brutali. Questo l'aveva deluso, perché lui sperava
di essere gettato in una prigione terribile e di essere anche
torturato. «Qui è tutto troppo bello», aveva dichiarato.
«Non è per niente infernale». Un giorno, quando un medico gli
aveva manifestato l'intenzione di fargli un prelievo di sangue
usando una siringa, Vikernes si era fieramente rifiutato, affermando
che un guerriero vichingo quale lui era poteva essere trafitto solo
da una vera lama. Oltre all'omicidio di Aarseth, Vikernes era
accusato anche di detenzione di materiale esplosivo e della
distruzione col fuoco di almeno tre chiese. Lui si proclamava
innocente su ogni fronte, sostenendo di aver ucciso Aarseth soltanto
per legittima difesa, poiché aveva saputo da un amico che Aarseth
aveva manifestato tutte le intenzioni di farlo fuori. Fra le tante
storie che si erano venute a creare attorno alla vicenda, ce n'era
anche una in cui si diceva che qualche giorno prima di essere
ucciso, Aarseth era stato da un sensitivo il quale lo aveva messo in
guardia dalle mire assassine dell'ex amico, avvertimento che lo
aveva spinto a meditare a sua volta di uccidere il Conte. In una sua
testimonianza, Vikernes sosteneva che Aarseth aveva intenzione di
catturarlo e ucciderlo torturandolo, filmando ogni cosa, così da
poter mostrare la pellicola a tutti gli altri, ribadendo la sua
indiscussa autorità. Insisteva anche nel dire che il primo a mettere
mano al coltello era stato Aarseth, dimenticando che Euronymous era
andato ad aprire la porta in mutande. Forse, in considerazione
dell'atteggiamento assunto dal suo cliente, l'avvocato difensore di
Vikernes,
Tor Erling Staff, intendeva convincere la corte
dell'infermità mentale di Vikernes. Il più mordace avvocato di
Norvegia era il massimo che la signora Lene Bore potesse garantire a
difesa di suo figlio. Erling Staff aveva suggerito l'ipotesi che
Vikernes non era in grado di intendere e di volere quando aveva
compiuto il suo efferato crimine. Peccato che due diversi psichiatri
incaricati dal tribunale, valutate le condizioni psichiche e mentali
del Conte, erano arrivati in via del tutto indipendente alla
conclusione opposta, ossia che Varg sapeva esattamente quel che
faceva. Da parte sua, inoltre, Vikernes non avrebbe mai e poi mai
accettato di chiedere l'infermità mentale, perché l'ammissione
avrebbe intaccato il suo orgoglio vichingo. Pensava che se fosse
stato condannato al massimo della pena previsto per quel tipo di
reato dalla legge norvegese, ossia ventuno anni di carcere, tutti i
suoi seguaci lo avrebbero esaltato come un eroe sprezzante, e
avrebbero tenuto fede ai suoi precetti brutali e malvagi. Se invece
avesse accettato di essere riconosciuto come un folle sarebbe stato
solo un «debole», come quel «finocchio comunista» che aveva da poco
fatto fuori. Una cosa era certa: al Conte Grishnackh non interessava
un bel niente cercare di accattivarsi la simpatia della corte.
«Voi avete cristianizzato la Norvegia con la spada, noi la faremo
ritornare pagana con il fuoco e le armi», aveva sostenuto
baldanzosamente in aula. Un'altra volta in cui qualcuno
gli aveva
chiesto che cosa avrebbe provato nel sentirsi dichiarare colpevole,
aveva semplicemente replicato: «Credo che questa risulterà
un'esperienza molto positiva per tutta la comunità e la musica black
metal». In merito alla premeditazione dell'omicidio di Aarseth,
Vikernes non aveva dato alcuna risposta, continuando a sostenere che
era stato provocato. Stando al rapporto del medico legale (che
Vikernes ancora oggi contesta), Aarseth aveva ricevuto ventitré
coltellate, sedici delle quali sulla schiena, cosa che certo non
faceva apparire così convincente la sua tesi difensiva di fronte
alla giuria. Il Conte teneva invece in modo particolare a mettere in
rilievo il motivo per cui il suo rapporto con quello che era stato
il suo mentore si era alla fine guastato: «Era un comunista e
fantasticava di una società multirazziale». Lui, al contrario,
si batteva affinché in Norvegia prevalesse la purezza della razza
bianca. Nel corso di una delle sue tante testimonianze ad effetto,
si era rivolto sorridendo alla corte con queste parole: «Mentre
voi, gente, vi aggrappate alla vostra morale giudaica e volete
vivere in pace, io mi sento dentro un'anima germanica ed è per
questo che bramo morire in battaglia». Quando, alla fine,
Vikernes è stato condannato per l'omicidio di Aarseth e per la
distruzione col fuoco delle tre chiese, è indubbio che sul giudizio
è anche pesato il continuo suo atteggiarsi da neonazista nelle sue
risposte alla corte. Durante la Seconda Guerra Mondiale la Norvegia
aveva patito l'invasione tedesca e un collaborazionista passato alla
storia, Vidkun Quisling (1887-1945), si era reso colpevole di
aver mandato ai forni crematori dei campi di concentramento migliaia
di ebrei. Vikernes, nella sua esaltazione, sosteneva di ispirarsi
proprio a Quisling. L'avvocato Erling Staff aveva dichiarato: «Si
tratta di una sentenza chiaramente compromessa dalla condanna di
un'ideologia e di una fede». Comunque, proprio mentre il giudice
Ivar Haug gli leggeva la condanna a ventuno anni di carcere,
il massimo della pena, Vikernes aveva semplicemente sorriso. Nella
sua fantasia delirante, ma anche nell'immaginazione di tutti i suoi
fans, da quel momento in avanti il Conte Grishnackh era
diventato una superstar. A riprova di ciò la notte successiva
alla condanna altre due chiese furono distrutte dalle fiamme.
l
Un carcere blando
Malgrado la condanna, Vikernes in
prigione si era poi letteralmente fatto beffa del sistema carcerario
norvegese. Perché non solo gli era stato concesso di continuare a
comunicare con i suoi sostenitori, ma anche di scrivere tre libri,
lanciare alcuni dischi dei
Burzum e distribuire sia libri che dischi sotto l'egida della
sua etichetta, la Cymophane. Inoltre, gli era concesso di
sostenere le sue convinzioni tramite il sito e stabilire una solida
piattaforma per la diffusione delle sue opinioni politiche con il
Norsk Hedensk Front (NHF) di estrema destra, orientato a
«salvaguardare le genti germaniche dai tentacoli contaminanti
delle popolazioni ebraico-cristiane». Le sue idee avevano
continuato a fermentare nelle colonne delle fanzine
specializzate e nei siti web, capaci ormai di collegare i
fans di tutta Europa, specie quelli dell'ex blocco socialista,
su tematiche come neopaganesimo, neonazismo e cultura
black metal. E così non ci volle molto perché i supporter
del Conte pensassero di entrare in azione per aiutarlo. Nel 1997, la
polizia norvegese riusciva all'ultimo istante a sventare un
complotto teso ad eliminare alcuni esponenti politici liberali e
responsabili religiosi. Sabato 12 aprile, cinque membri
dell'organizzazione terroristica neonazista che si faceva chiamare
Einsatzgruppen (dal nome delle squadre della morte naziste
della Seconda Guerra Mondiale) venivano arrestati in possesso di
armi da fuoco, giubbotti antiproiettile, candelotti di dinamite e
del denaro (circa 100.000 corone norvegesi), si presume messo a
disposizione dalla signora Lene Bore. Stando al rapporto della
polizia, denaro e armi avrebbero dovuto servire per far evadere
Vikernes, affinché potesse condurre i suoi sostenitori verso il loro
sanguinoso Valhalla. Alla fine però, semplicemente scappare di
prigione, si rivelò molto più facile. Il 25 ottobre 2003, dopo aver
goduto di un permesso di uscita di diciassette ore, Vikernes non si
era presentato come doveva fare tutti i giorni all'ingresso della
prigione a bassa sicurezza di Vestfold, dove stava scontando la
condanna. Il suo avvocato difensore, John Christian Elden, si
era rifiutato di dare informazioni sul fatto, ma aveva provato a
darne una spiegazione: «Credo che questa fuga nasca da un
profondo senso di frustrazione. Il mio cliente sta scontando la sua
pena in modo esemplare. Si è ormai lasciato alle spalle i peccati
della sua giovinezza e desidera ardentemente poter
rientrare nella
società in modo normale. Ma poi, solo un paio di settimane or sono, Vikernes ha letto su di un quotidiano locale un articolo in cui si
diceva che nel carcere cittadino era segregata una persona da
ritenere "pericolosa", con chiaro riferimento a luì». La cosa,
aveva continuato Elden, aveva così sconcertato l'ipersensibile
Vikernes da farlo andar fuori di testa. Nel pomeriggio di domenica
27, il Conte si era impadronito dell'automobile di una famiglia a
Numdel, nella regione di Buskerud. Le vittime avevano raccontato
alla polizia di essere stati fermati da un pedone che si era poi
fatto consegnare le chiavi puntando contro di loro una pistola. La
polizia era riuscita a catturarlo il giorno dopo, 28 ottobre, a
seguito di alcune indicazioni che lo avevano segnalato
sull'autostrada E6 in direzione Oslo, dove era stato
intercettato a metà del viaggio. In un secondo momento si era saputo
che all'atto del nuovo arresto il Conte nascondeva in auto «armi
ed equipaggiamento militare degni di un commando», anche se in
prima battuta il portavoce della polizia, Knut Svalheim,
aveva dichiarato alla televisione nazionale che al fuggitivo era
stato soltanto trovato un coltello. Per questa volta il Valhalla
avrebbe dovuto aspettare. Al tempo della fallita fuga a Vikernes
mancavano solo due anni per esaurire la pena che gli era stata
inflitta. La madre, la signora Lene Bore, come al solito, aveva
cercato di giustificarne il comportamento. La legge era da poco
cambiata e Varg pensava che avrebbe dovuto passare altri quattro
anni dietro le sbarre. «Vorrei che avesse tentato un altro modo
per uscire», aveva confessato ai giornalisti. «Ha trascorso
la quasi totalità della sua vita da adulto dietro le sbarre e non se
lo merita, perché Varg è un bravo ragazzo». La signora aveva
anche negato che il figlio avesse ancora contatti con qualsiasi
movimento neonazista, compreso il famigerato NHF; peccato che
sarebbe bastato cliccare anche soltanto sul sito corrente dei
Burzum per rendersi
conto di come quelle sue affermazioni suonassero stonate. E così
Vikernes era finito in tribunale un'altra volta e, sebbene l'accusa
di sequestro di un'auto sotto la minaccia di un'arma letale fosse
decaduta per mancanza di prove ritenute inequivocabili, alla pena
che ancora gli restava da scontare si era visto aggiungere altri
quattordici mesi.
l
Un lampo nel cielo del Nord
Oggi il «bravo ragazzo» della signora
Lene Bore, trascurato dal padre, viziato dalla madre, si trova
ancora nel carcere di Trondheim, impegnato a scrivere trattati sul
folclore nordico e saggi di critica letteraria 5.
Tutto ciò che, nel tempo, è stato scritto su di lui e sul suo caso -
compreso il benevolo Lords of Chaos, di Michael Moynihan
e Didrik Søderlind, a cui egli stesso ha collaborato - per
lui non sarebbero altro che frottole, bugie inventate. Per questo
Vikernes trascorre il tempo a scrivere la sua versione delle cose,
per ristabilire la verità e creare attorno alla sua immagine un
alone quasi mitologico sottolineando un concetto fondamentale, tema
costante della sua esistenza: il suo rabbioso odio verso le altre
razze e la sua convinzione della supremazia della razza ariana
nordica. Sono moltissime le persone che chiedono di ascoltarlo. Il
sito web dei Burzum è
orgogliosamente protettivo nei confronti del conte, per non dire
addirittura minaccioso. Nella sua biografia, romanticamente si può
leggere: «Varg Vikernes è di gran lunga il solo musicista che sia
riuscito a superare il confine esistente fra fantasia e realtà,
mettendo in pratica questi concetti nel contesto di una proposta di
vita in grado di forgiare il suo destino [...]. Per un certo
periodo è stato il leader riconosciuto di un movimento musicale come
nessun altro prima. Come un lampo nel cielo del Nord, niente di
meno». Da parte sua, Vikernes ha dichiarato che non appena
uscirà di prigione si ritirerà fra i monti per vivere in modo
salubre e a contatto con la natura. La polizia norvegese non sembra
crederci troppo, e anzi teme la possibilità che nascano
organizzazioni paramilitari tese a dare vita ad un nuovo Reich
di matrice vichinga che potrebbe entrare in azione molto presto.
Perché sembra per lo meno molto improbabile che un uomo che ha
trascorso tutta la sua vita a cercare di attirare l'attenzione su di
sé possa spontaneamente defilarsi. La nefanda, fatale influenza che
il suo pensiero ha esercitato su tanti giovani deviati è oggetto di
molte considerazioni. Perché la verità è una sola: anche in carcere,
Varg Vikernes continua ad essere un uomo molto pericoloso
6.
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Michael Moynihan |
Didrik Søderlind |
Lords of Chaos |

Note
1
Estratto (pagg. 123-144) dall'opera di
Frank Moorehouse
Delitti satanici, Newton Compton, Roma 2007.
2
Dal nome di una nobile ungherese del XVIII secolo, Erzebet Bathory,
che era solita farsi il bagno in una vasca colma del sangue di
ragazze vergini.
3
L'iscrizione incisa all'interno dell'anello era: «Agh burzum-ishi
krimpatu», ossia «E nel buio incatenarli».
4
Gruppi che nel 1991, al tempo della diffusione del panico satanico,
erano stati ingiustamente accusati dalla stampa di legami con abusi
perpetrati in riti satanici.
5
Il 24 maggio 2009, dopo quattro istanze per il rilascio su libertà
condizionata rifiutate, Varg Vikernes è stato scarcerato in libertà
vigilata.
6
Bibliografia usata dall'Autore:
Libri:
- G.
Baddeley, Lucifer
Rising, Plexus, Londra 1999;
- M.
Moynihan-D.
Søderling, Lords of
Chaos: The Bloody Rise of the Satanic Metal Underground, Feral
House, Venice 1998.
Articoli:
-
Admin, Interview
with Varg Vikernes, in
www.doomish.com
- J.
Arnopp, «We are But
Slave to the One with Horns», in Kerrang!, 1992.
- A.
Dryendal, «Media
Constructions of Satanism in Norway 1988-1997», in Foaftale
News: Newsletter of the International Society for Contemporary
Legend Research, febbraio 1998.
-
Blabbermouth.net-Metalstorm,
«Varg Escapes the Prison», s.l. e s.d.
-
Ilde, Burzum
Library of Euro and Varg, in
www.burzum.org
- S.
O'Malley, «Into the
Lion's Cage», in Sounds of Death, nº 5, 1995.
- B. A.
Robertson, «MVMO
Satanic Ritual Abuse (SRA) Hoax Lewis, Scotland», in
www.religioustolerance.org