
di
Ennemond Beth,
Andrée Perrachon, Nicole Buron
1

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Nonostante il
femminismo sia stato uno dei fenomeni sociali più emergenti
del XX secolo, poche sono le persone che conoscono le radici
ideologiche e i capiscuola di questa corrente. Ma meno
ancora sembrano essere coloro che si avvedono degli enormi
mali di cui è stata foriera questa utopistica forma di
pensiero in termini di cambiamento nella vita di tutti i
giorni. È stata operata una vera e propria rivoluzione
culturale (soprattutto negli anni Sessanta) i cui terribili
effetti sono sotto gli occhi di tutti: instabilità del
matrimonio, aumento vertiginoso degli aborti, dei divorzi e
delle separazioni, denatalità, figli sempre più abbandonati
a sé stessi, famiglie allo sbando, immoralità dilagante,
ecc... Non si tratta qui di assolvere l'uomo dalle sue gravi
responsabilità in ambito familiare, ma di rifiutare una
falsa soluzione ai problemi offerta da una concezione
contro-natura della donna e della famiglia, che non tiene
assolutamente conto del fine naturale e soprannaturale di
questi due soggetti. Va da sé che una vera opera di
restaurazione della famiglia passerà inevitabilmente per un
ritorno alla concezione cristiana della famiglia e della
donna. |
l
Prefazione
A partire dalla Rivoluzione Francese
si è lentamente sviluppata una corrente di pensiero che rivendica i
presunti «diritti della donna». Tale corrente ha ricevuto una
propria base dottrinale negli anni '20, ma ha conosciuto il suo
momento di massima espansione solamente all'inizio degli anni '70,
gli anni della contestazione, per poi scemare quasi completamente ai
nostri giorni. Tale declino non è certamente da considerarsi come un
fallimento. Al contrario, il movimento femminista è oggi ormai
desueto in quanto gli obiettivi che si poneva negli anni di piombo
sono stati in buona parte raggiunti. Oggi, la donna ha ottenuto la
cosiddetta «parità», gode ormai nella maggior parte dei casi di una
propria indipendenza economica e può accedere ai posti più ambiti
nel mondo del lavoro o della politica. Essa ha ottenuto la «gestione
del proprio utero» (con l'aborto
libero e gratuito e con la contraccezione), si
è liberata dalla tirannia del marito-padrone (con il divorzio)
e si è svincolata dalla schiavitù della culla. Da angelo del
focolare, essa si è spesso trasformata in donna in carriera, in
manager aziendale o in single che colleziona flirt
come fossero francobolli. Eppure, nonostante tali «conquiste», si
direbbe che essa non sia affatto più felice o più
realizzata di
quanto non lo fosse prima. In molti casi, ora essa deve
faticosamente gestire due fronti: quello del lavoro e quello della
famiglia. La ricerca forsennata della libertà l'ha spesso
allontanata dai proprî affetti più cari conducendola all'instabilità
in campo sentimentale, mentre l'ingresso nel mondo del lavoro l'ha
distolta dal compito gravoso dell'educazione dei figli, producendo
ulteriore frustrazione e sensi di colpa. Il suo ingresso nella vita
sociale e l'inevitabile confronto con l'uomo le hanno imposto una
nuova immagine - più aggressiva e disinibita, come d'altronde la
presentano senza sosta i mass media - e la obbligano ad una
cura maniacale del proprio corpo (diete, cure di bellezza, vestiti
alla moda, ecc...) per essere sempre all'altezza della situazione.
In realtà, quando negli anni '20 i marxisti iniziarono a parlare di
liberazione della donna, in vista di un nuovo strumento
rivoluzionario, non fecero nient'altro che applicare la dottrina del
materialismo dialettico-storico alla sfera familiare contrapponendo
il marito alla moglie, come già avevano fatto con il proletariato e
con la borghesia, e come fecero più tardi nel Sessantotto
contrapponendo i figli ai genitori. Il loro fine non era certo la
liberazione della donna, ma la rimozione di uno dei maggiori
ostacoli alla realizzazione della società socialista: la famiglia
quale l'ha forgiata la legge naturale e cristiana. Essi sapevano
benissimo che la società occidentale poggia sulla cellula familiare,
e che quest'ultima a sua volta si regge su quell'insostituibile
colonna che è la moglie-madre. Da qui l'idea satanica di inoculare
nella donna l'invidia per l'uomo sussurrandole all'orecchio l'idea
di liberarsi una volta per tutte da queste pesanti catene e di
vivere la propria vita liberamente e senza tabù. Ciò che
appare veramente incredibile è che tale processo di emancipazione
sia sopravvissuto al comunismo stesso che l'ha avviato e che si sia
realizzato all'interno di una società liberale e consumista ben
lontana dall'ideale socialista. Evidentemente, il comunismo, così
come il femminismo, non sono stati nient'altro che marionette nelle
mani di forze ben più potenti che da dietro le quinte hanno tirato
le fila. Ormai non è un mistero che l'Alta Finanza (le Banche
ebraiche Kuhn & Loeb, Schiff, Warburg, ecc...)
abbia appoggiato economicamente l'ascesa del comunismo in Russia
fornendo i fondi necessari a Lenin. Dobbiamo quindi dedurre che
quando i padroni del vapore hanno stretto i legacci della borsa il
comunismo è morto. La verità è che l'idea di affrancamento della
donna, come mezzo per scristianizzare la società, era già stata
espressa tra le mura delle Logge massoniche già nell'Ottocento
quando il comunismo non era che una delle tante utopie che
popolavano l'Europa dei Lumi. Ed è la
Massoneria,
nemica implacabile della Chiesa cattolica e di Nostro Signore Gesù
Cristo, che ancora oggi spinge la donna lontano dal suo
insostituibile ruolo quale l'ha tracciato il Creatore e Redentore
del mondo: quello di sposa fedele e di generosa plasmatrice delle
generazioni future.
I
Alle sorgenti del femminismo
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«Se nella famiglia il marito è il
borghese, la donna rappresenta il proletariato».
Friedrich Engels
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«L'uomo fà la legge,
la donna fà i costumi». Prendiamo in prestito questo assioma
da un ministro dell'Istruzione Pubblica dell'inizio del XX secolo,
notoriamente massone, particolarmente preoccupato di sottrarre con
tutti i mezzi alla Chiesa la formazione delle giovani
2. Aforisma particolarmente appropriato al
nostro argomento: non si può infatti abbordare il problema della
famiglia senza trovarlo indissolubilmente legato, soprattutto in
questi ultimi cento anni, alla questione dell'emancipazione della
donna. «Il XVIII secolo è stato il secolo dei Diritti dell'Uomo,
il XIX secolo sarà quello dei Diritti della Donna». Così
profetizzava
Victor Hugo (1802-1885)... Il «femminismo», come
movimento organizzato, è nato sotto la monarchia francese di luglio
del 1789. Nel 1791, esso aveva avuto un'esistenza effimera. Alcuni
club di donne erano nati sotto l'impulso di Marie-Olympe
de Gouges (1748-1793) che aveva pubblicato Les droits de la
femme et de la citoyenne («I diritti della donna e della
cittadina»). Il 9 brumaio anno II, i club di donne vennero
messi al bando e poco dopo Olympe venne ghigliottinata. I suoi
giudici avevano pensato - probabilmente come il loro maestro,
l'illuminista Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) - che
«la donna è fatta per ubbidire; essa deve imparare presto
a soffrire, anche l'ingiustizia, e a sopportare i torti di un
marito senza lamentarsi». La ben nota misoginia di
Napoleone I (1769-1821) traspare nella sua legislazione
sull'educazione. La legge del 17 novembre 1797 stabiliva una scuola
di ragazze ogni mille abitanti, ma non venne mai messa in vigore
3. Il colossale edificio che l'impero costruì
in materia di educazione, l'Università Imperiale, nato dalle leggi
del 1802 e del 1808, non prevedeva nessuna disposizione per le
giovani. Napoleone dichiarò al Consiglio di Stato: «Non penso che
dobbiamo occuparci dell'istruzione per le ragazze; esse possono
essere educate unicamente dalle loro madri». Nella società
imperiale, le donne persero il primato che era loro sotto l'Ancien
Règime nella vita dello spirito. Un certo Pierre-Sylvain
Maréchal (1750-1803), giacobino ed ateo selvaggio, pubblicò un
«progetto di legge che vietava alle donne di imparare a
leggere». All'inizio del XIX secolo, alcune donne in vista
sfuggirono alla tutela imposta dal regime: Madame de Staël-Holstein
(1776-1817) diede l'esempio, seguita, sotto l'impulso del
Romanticismo, da George Sand (1804-1876), da Marie de
Agoult (1805-1876), ecc...
Ma queste donne che osavano sfidare
l'opinione pubblica erano isolate. E nemmeno nel clima romantico, i
primi socialisti francesi - quelli che Engels qualificò come
«utopisti» - come
Saint-Simon (1760-1825),
Barthélemy Prosper Enfantin (1796-1864),
Charles Fourier
(1772-1837), e altri ancora, associarono il femminismo al
socialismo. Anche i teorici del marxismo,
Friedrich Engels
(1820-1895) e
Karl Marx (1818-1883), pur proclamando
l'emancipazione della donna, la sua partecipazione, uguale a quella
dell'uomo, all'edificazione della società socialista, non si posero
affatto la questione della trasformazione del ruolo della donna e di
quello della famiglia. Sulla scia di questi filosofi, molte donne si
distinsero, il cui nome e i cui scritti sono stati da poco
ripresentati grazie al «Movimento di Liberazione della Donna».
Dominique Desanti, ad esempio, ha pubblicato nel 1973 un libro
su Flora Tristan (1803-1884), una pioniera del femminismo
morta nel 1884 4. Dal canto suo, lo stesso anno,
Judith Stora-Sandor 5 ha pubblico per i tipi
di Maspero le opere scelte di Alexandra Kollontai
(1872-1952), marxista della prima ora, preceduta da una copiosa
prefazione 6. Perché queste pubblicazioni sono state date
alle stampe? «Entriamo - scrive la Desanti - in un tempo
in cui le donne non militano più per tale o tal'altro diritto
separato, ma per cambiare l'immagine eterna femminile [...]
della vergine-madre-sposa. [...] Sull'esempio di Flora, gli
adepti del "Movimento di Liberazione della Donna" allargheranno la
loro azione fino a proclamare il movimento di trasformazione dei
costumi; perché no»? Da parte sua, la scrittrice ebrea Judith
Stora-Sandor scrive: «Marxista, (la Kollontai) aspettava
la
Rivoluzione Sessuale
della Rivoluzione socialista e l'avvento di una società senza classi
che avrebbe visto il deperimento della famiglia». Che
questa disgregazione sia all'opera, non solo nei Paesi dove il
marxismo l'ha imposta brutalmente, ma anche nelle nostre società
liberali avanzate o meno, è innegabile. Presentandoci le tesi di
Alexandra Kollontai, la Stora-Sandor ci propone dunque un «modello».
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Flora Tristan |
Judith Stora-Sandor |
Alexandra Kollontai |
Più di sessant'anni dopo l'elaborazione di questo programma, potremo
quindi constatare se è stato realizzato, o almeno in che misura lo è
laddove è stato applicato, e verificare se ha portato alla donna la
felicità promessa e alla società i benefici dati per scontati.
II
LA TEORIA MARXISTA
Innanzitutto, chi era Alexandra
Kollontai, che il Festival di Avignone di quest'anno ha ci
proposto come un'eroina? Nata nel 1872 in una famiglia ebraica della
nobiltà rurale - il padre un Generale russo e la madre finlandese -
Alexandra ricevette da quest'ultima un'accurata educazione. Assai
rapidamente essa venne attratta dal marxismo. Sostenitrice convinta
dell'emancipazione della donna, essa pose la lotta su due piani: la
Rivoluzione Sessuale e la liberazione economica, non potendo
esistere l'una senza l'altra come condizione sine qua non.
Dopo diversi anni passati all'estero dove, con i bolscevichi, si
prodigò in qualità di «agitatrice», la Kollontai ritornò in Russia
nel 1917. Essa fu la prima donna ad essere eletta prima nel Comitato
Esecutivo del Soviet di Pietrogrado, poi nel Comitato
Esecutivo Panrusso. Membro del Comitato Centrale del Partito
Bolscevico, essa divenne Commissario del Popolo all'Assistenza
Pubblica nel primo gabinetto del Governo bolscevico rivoluzionario,
poi (nel 1920) Commissario del Popolo alla Sicurezza Sociale. In
seguito, la Kollontai occupò alcuni incarichi all'estero in qualità
di Ambasciatrice, in Norvegia, a Città del Messico e in Svezia.
Tornata a Mosca nel 1945, si spense nel 1952. Le sue biografie
ufficiali, quando parlano della sua attività clandestina anteriore
al 1917, sono discrete sulle sue idee concernenti la liberazione
della donna e la nuova morale. Infatti, le sue tesi sulla
disgregazione della famiglia tradizionale, pur partendo dall'analisi
di Marx e di Engels, non sono mai state pienamente condivise dai
dirigenti bolscevichi dell'epoca rivoluzionaria, ivi compreso
Vladimir Lenin (1874-1923). «La sua persona e i suoi scritti
- ci dice la Stora-Sandor - divennero abbastanza rapidamente
oggetto di scandalo. Il puritanesimo del periodo stalinista non fece
che accelerare la sua caduta in disgrazia». Si può anche
supporre che le sue funzioni di Ambasciatrice all'estero gli
evitarono di subire la sorte dei suoi mariti, che furono tutti
giustiziati.
l
La famiglia, forma transitoria
Tutta la teoria della Kollontai poggia
su questo postulato enunciato da
Karl Kautsky (1854-1938):
«La forma attuale della famiglia non è l'ultima. Una nuova
società creerà un nuovo tipo di famiglia». Sotto un'altra
forma, negli scritti di Alexandra Kollontai, questo ritornello
ritorna instancabilmente: «La forma attuale della vita
matrimoniale è solamente una categoria storica transitoria».
l
La famiglia si fonda sul capitale
Emerge poi una seconda nozione,
assolutamente essenziale presso i marxisti: lo stretto e
fondamentale legame tra i sistemi («processi») economici e le forme
sociali. La famiglia borghese si fonda sul capitale, sul profitto
individuale. Essa sparirà con la scomparsa del capitalismo.
«Nello stesso momento in cui il metodo di produzione capitalista
venne proclamato come forma definitiva ed eterna della vita
economica dell'umanità, il matrimonio monogamico venne dichiarato
istituzione sociale permanente ed intangibile»
7. E ancora: «La proprietà e la famiglia sono
strettamente legate; se uno di questi due pilastri del mondo
borghese viene scosso, la solidità dell'altro diventa incerta; è per
questo motivo che la borghesia ha sempre così accanitamente difeso
le basi familiari e continua a difendere con ardore le forme vetuste
della struttura matrimoniale odierna. Niente irrita tanto la
borghesia quanto l'affermazione degli adepti del socialismo
scientifico secondo cui i cambiamenti radicali nella vita familiare
sono inevitabili, in vista della riorganizzazione completa della
vita economica della società su nuove basi collettivistiche»
8.
l
La morte della famiglia, fermento di
rivoluzione
Ad ogni modo, constatava la Kollontai
nel 1909, l'evoluzione delle forme economiche ha già sprofondato la
famiglia in una crisi che la disgrega e distrugge la sua forma
antica. «I legami naturali che in passato univano la famiglia
formando un'unica cellula sociale indivisibile, si indeboliscono e
si spezzano nello stesso momento in cui muoiono le forme economiche
che li avevano generati» 9. Questa
evoluzione riguarda
in primo luogo la popolazione delle città:
«Declino della piccola
produzione artigianale, trionfo del lavoro meccanizzato, crescita
colossale delle città, ritmo febbrile dell’attività industriale e
commerciale; questa evoluzione non poteva non riflettersi sulle
forme di vita familiare e scuotere le basi, che si credevano
incrollabili, della famiglia borghese» 10.
Questa disgregazione è visibile in tutte le classi della società,
osserva la Kollontai. In particolare, essa nota l'importanza, in
questo processo, del lavoro della donna, a cominciare dalle donne
della borghesia. Descrivendo la penosa situazione delle famiglie
operaie, essa conclude: «Il magro stipendio del marito e la
continua domanda da parte del capitale di mani femminili spingono la
donna nelle braccia spalancate della produzione capitalista. Ma fin
dall'istante in cui le porte della fabbrica si sono chiuse dietro la
donna lavoratrice, la sorte della famiglia proletaria è stata
decisa. Lentamente, ma inesorabilmente, la vita familiare
dell'operaio va disgregandosi. Il focolare si spegne e smette di
essere il centro dell'unione dei membri della famiglia»
11. Quanto alla classe contadina, «essa è
potuta sopravvivere senza cambiamenti fino ai nostri giorni
unicamente grazie al fatto che ha conservato fino alla fine del XIX
secolo le vecchie forme di rapporti economici da molto superate e
abbandonate dagli altri popoli» 12.
Svuotata della sua funzione economica, la famiglia è stata anche
spogliata della sua funzione educativa che è passata sempre più a
carico della società e dello Stato. La Kollontai termina le sue
osservazioni ponendo questa domanda: «Cosa rimane, dopo tutto
questo, alla famiglia»? 13. Si
potrebbe credere che la Kollontai e, con lei, gli altri pensatori
marxisti, si rammarichino di questo processo di disgregazione della
famiglia tradizionale. Niente affatto! E bisogna dirlo e ripeterlo,
particolarmente a quelli che credono che il marxismo abbia
combattuto la miseria delle famiglie operaie, denunciato gli abusi
del liberalismo e dato così delle lezioni alla Chiesa. Nulla di più
falso! Marx, ad esempio, non rimproverava al liberalismo economico
di avere distrutto la famiglia, di aver mandato la donna in
fabbrica, di aver degradato la moralità coniugale, di aver strappato
i bambini al focolare e moltiplicato i tuguri. Al contrario, egli
vedeva nell'odiato liberalismo una tappa necessaria nella
distruzione della famiglia tradizionale e nell'evoluzione verso il
modello marxista di educazione e di società coniugale. Nella sua
opera Marx e la sua dottrina, Lenin cita i seguenti passi
cinici de Il Capitale 14:
«Ciò non toglie, conclude Marx dopo avere criticato la
schiavitù
liberale, che la grande industria, grazie al ruolo decisivo che
assegna alle donne, agli adolescenti e ai bambini dei due sessi, nei
processi di produzione socialmente organizzata e al di fuori della
sfera familiare, abbia posto una nuova base economica per una forma
superiore di famiglia e di relazione tra i due sessi»
15. In un altro testo, Karl Marx scrive che
«la putrefazione è il laboratorio della vita». Egli non
poteva dunque che considerare i danni che risultavano dalla
concezione liberale dell'uomo e della società come un fermento della
rivoluzione da sfruttare. Così, Alexandra Kollontai, nella logica
del marxismo, augura e annuncia la morte della famiglia: «La
borghesia continui pure a proclamare che i principî familiari sono
immutabili e intangibili. La famiglia - la famiglia chiusa e
autarchica, strettamente individualistica di oggi - è destinata alla
dispersione e alla morte. Sotto gli occhi del mondo intero, il
focolare domestico si spegne in tutte le classi e in tutti gli
strati della popolazione, e - sia ben chiaro - nessuna misura
artificiale potrà rianimare la sua fiamma morente»
16. «La lenta evoluzione delle relazioni
sessuali che si avvera sotto i nostri occhi, manifesta nettamente
che il matrimonio rituale e la famiglia chiusa e costrittiva sono
destinati alla scomparsa» 17. «I
sostenitori degli attuali principî familiari avranno un bel da dire,
ma la tendenza dell'evoluzione sociale manifesta che la famiglia
chiusa che esiste ancora, vive i suoi ultimi giorni ed è
irrimediabilmente condannata a perire insieme alla società di classi
antagoniste» 18.
l
Una nuova forma di famiglia?
Su questa famiglia morta, quale nuova
forma di famiglia si ricostituirà? È inutile cercarla o immaginarla.
Ed ecco apparire uno dei fondamenti essenziali di tutta la filosofia
marxista (che d'altronde è il coronamento, la conclusione e la
sintesi di tutta la filosofia moderna). «Chiunque conosca le tesi
fondamentali del materialismo storico sa che gli uomini sono
incapaci di modificare a loro piacimento le forme della vita
sociale, poiché queste forme derivano logicamente dai rapporti di
produzione economica esistenti. Tutto ciò che si può fare, è
cogliere al volo la tendenza dell'evoluzione che sta già attuandosi
nell'organismo sociale, e accelerare il ritmo di questo processo di
trasformazione che generalmente non si realizza senza dolore»
19. In altre parole: per un marxista,
l'azione umana consiste unicamente nel cogliere le opportunità che
gli permetteranno di mettere in atto le trasformazioni che
determinano la continua evoluzione della Storia. L'uomo esiste ed è
più uomo nella misura in cui esercita un'azione materiale più
potente, un'azione generale di trasformazione radicale e continua
dell'Universo. Non si tratta dunque di cercare quale sarà la deriva
dell'evoluzione. Per un marxista ciò non avrebbe del resto alcun
senso poiché contano solo il movimento e l'azione. Ci saranno dunque
delle nuove forme di vita sociale, una nuova forma di famiglia e dei
nuovi rapporti tra i sessi... e tutto ciò sarà determinato
dall'evoluzione dei rapporti di produzione. «Il capitalismo
distrugge la famiglia, ma il processo di socializzazione della
produzione contribuirà alla creazione di nuove forme di vita
sociale comune» 20. «La
crisi sessuale è irrisolvibile senza una riforma fondamentale
della psicologia umana, senza l'incremento del "potenziale d'amore".
Ma questa riforma psichica dipende interamente dalla
riorganizzazione fondamentale dei nostri rapporti socio-economici su
basi comuniste. All'infuori di questa "vecchia verità", non c'è via
d'uscita» 21. «La liberazione
della donna non può avverarsi che mediante una trasformazione
radicale della vita quotidiana. E la vita quotidiana stessa verrà
cambiata unicamente da una ricostruzione radicale di tutta la
produzione sulle nuove basi dell'economia comunista»
22.
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Un uomo nuovo, una donna nuova
La famiglia non è l'unica che verrà
modificata; l'uomo stesso diverrà un «uomo nuovo», e la donna
diventerà anch'essa una «donna nuova». «Le nuove condizioni della
produzione e il nuovo sistema generano un nuovo stile di vita; tale
stile trasformato creerà a suo volta uomini nuovi, dei comunisti
autentici per lo spirito e la volontà» 23.
«Il modello fondamentale di donna è in stretta dipendenza con lo
sviluppo economico dell'umanità. Con il cambiamento delle condizioni
economiche, con l'evoluzione dei rapporti di produzione, si
verificherà anche un cambiamento nell'aspetto psicologico
della donna. La nuova donna, in quanto modello, potrà apparire
solamente con l'incremento quantitativo delle forze di lavoro
femminili salariate» 24. Quindi, la
liberazione della donna si otterrà mediante il trasferimento dei
suoi onerosi doveri domestici ed educativi alla collettività.
Parecchi testi della Kollontai insistono su questa necessità.
Citiamo il più importante di essi: «Per dare alla donna la
possibilità di partecipare al lavoro produttivo senza fare violenza
alla sua natura, senza obbligarla a rompere con la maternità,
bisogna fare un secondo passo: occorre togliere dalle sue spalle
tutte le preoccupazioni legate alla maternità ed incaricarne la
collettività, facendo in modo che l'educazione dei figli
esca dalla cornice della struttura familiare per diventare
un'istituzione sociale, una questione di Stato. La maternità inizia
ad essere considerata sotto un nuovo punto di vista: il potere dei
"soviet" riconosce che esso costituisce un problema sociale.
Partendo da questo principio, il potere dei "soviet" sta prendendo
una serie di misure destinate a liberare la donna dal fardello della
maternità per trasmetterlo allo Stato» 25.

l
Il «nuovo amore»
È su queste basi che si edificheranno
i nuovi rapporti tra i sessi e il «nuovo amore». «Il passaggio
della funzione educatrice dalla famiglia alla società farà
scomparire gli ultimi legami che rendevano chiusa la cellula
familiare: la vecchia famiglia borghese comincerà a disgregarsi più
velocemente ancora e, nell'atmosfera ambientale, si vedranno
stagliarsi senza posa e con una crescente nitidezza i profili ancora
fragili dei futuri rapporti coniugali. L'attuale forma costrittiva
del matrimonio cederà il posto alla libera unione di individui
liberi» 26. Questa libera
unione di individui liberi, non dev'essere legalizzata da nessuno.
Essa nascerà «da una riforma radicale di tutti i rapporti sociali
tra gli uomini. Bisogna che le norme della morale sessuale, e con
esse tutta la psicologia umana, subiscano una profonda e
fondamentale evoluzione». Questi testi sono del 1909. Nel 1918,
la Kollontai pubblicò La nuova morale e la classe operaia.
Secondo la Stora-Sandor, questo libro era il suo «credo» della
Rivoluzione Sessuale. «Il grande amore - dichiara Alexandra
Kollontai - l'unione profonda dell'anima e del corpo è, e resterà
l'ideale dell'umanità». Naturalmente, questo grande amore non
sarà vissuto che nel proletariato: «Se c'è una classe capace,
nella struttura economica attuale, di percepire le nuove norme
appena visibili della futura morale sessuale, questa è
evidentemente e innanzitutto il proletariato»
27. La «nuova donna» verrà preparata a vivere questo
grande amore mediante l'esercizio dell'«amore-gioco»,
dell'«amicizia erotica»... Affinché i rapporti più liberi non
provochino nella donna la paura «del crollo», è indispensabile
rivedere tutto il bagaglio morale di cui si munisce la ragazza che
entra nella vita. Solo allora essa sarà pronta a diventare una
«donna nuova [...], innamorata dell'indipendenza
[...], in cui il tratto caratteristico sarà l'affermazione
di sé» (paradossalmente, come la donna-manager
capitalista; N.d.T.). «La separazione del matrimonio dalla
cucina» e il dovere da parte dello Stato di educare la prole,
libereranno la nuova Eva. Non essendosi realizzata nessuna di queste
perentorie affermazioni, nel 1923 Alexandra Kollontai ritornò su
questo argomento in un articolo intitolato «L'ideologia
proletaria e l'amore». Dopo cinque anni di lotte rivoluzionarie,
l'«enigma dell'amore» si poneva ancora... Tuttavia, l'amore libero
tra individui liberi è all'orizzonte. «Ora che la Rivoluzione in
Russia l'ha importato e si è consolidato, ora che l'uomo non è più
interamente assorbito dall'atmosfera della lotta rivoluzionaria, il
tenero "eros alato", provvisoriamente confinato nel magazzino
degli attrezzi, ricomincia a far valere i suoi diritti»
28. «L'ideologia della classe operaia
insegue l'Eros senza ali, la concupiscenza, la soddisfazione
carnale egoista con l'aiuto della prostituzione, la
trasformazione dell'atto sessuale in un atto finalizzato a sé
stesso del genere "piacere facile"» 29.
«L'"Eros alato” si presenterà sotto forma di amore cameratista:
il collettivismo di spirito e di volontà prevarrà sulla fatuità
individualista [...]. I sentimenti degli uomini si volgeranno
verso lo sviluppo della coscienza sociale, mentre la disuguaglianza
dei sessi, sepolta nella memoria dei secoli passati, sarà sparita
senza lasciare tracce» 30. «La
morale borghese esigeva tutto per l'essere amato; la morale
proletaria ordina: tutto per la collettività»
31. A chi obiettava che questo amore
liberato dalla morale borghese appariva tuttavia insopportabile,
Alexandra Kollontai ribatteva: «Sì, l'ideologia proletaria forgia
inevitabilmente la sua morale di classe e quindi impone direttamente
certe catene ai sentimenti [...]. Ma rammaricarsi del fatto
che la classe operaia imprima il suo sigillo anche sui rapporti tra
i sessi, significa non guardare verso l'avvenire [...]. Non
dimenticate che l'amore cambia e si trasforma inevitabilmente con le
basi economiche e culturali dell'umanità» 32.
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La «nuova società»
Grazie a queste nuove relazioni tra i
sessi, inevitabilmente sorgerà una nuova società: essa sarà senza
dubbio il paradiso in terra. Accontentiamoci di citare un
passo che contiene tutta la teoria di Alexandra Kollontai: «Non
c'è più niente da dire: la vecchia famiglia ha fatto il suo tempo
[...]. La famiglia smette di essere necessaria allo Stato, come
lo era nel passato: al contrario, essa distoglie inutilmente le
lavoratrici da un lavoro più produttivo e molto più serio. La
famiglia non è più necessaria ai membri della famiglia poiché il
compito dell'educazione [...] passa sempre di più nelle mani
della collettività. Ma sulle rovine della vecchia famiglia si vedrà
presto spuntare una nuova forma che comporterà delle relazioni
completamente diverse tra l'uomo e la donna, e che sarà l'unione
d'affetto e di cameratismo, l'unione di due membri uguali della
società comunista, entrambi liberi, entrambi indipendenti, entrambi
lavoratori. Niente più "schiavitù" domestica delle
donne! Niente più disuguaglianze in seno alla famiglia! [...]. Niente più preoccupazioni neanche per la sorte dei
figli. Sarà lo Stato dei lavoratori che se ne incaricherà. Il
matrimonio verrà epurato da ogni aspetto materiale, da ogni calcolo
di denaro, questa piaga orrenda dell'odierna vita di famiglia. Il
matrimonio si trasformerà in un'associazione sublime di due anime
che si amano [...]. Ecco l'unione libera, ma forte per lo
spirito di cameratismo che la ispirerà, al posto della schiavitù
coniugale del passato, che porterà all'uomo e alla donna la società
comunista di domani [...]. Una strada per i bambini sani e
fiorenti, una strada per la gioventù vigorosa, innamorata della vita
e delle sue gioie, libera nelle sue gratificazioni e nei suoi
affetti. Questo è il motto della società comunista [...]. Le
bandiere rosse della Rivoluzione sociale che, dopo la Russia,
inalberano altri Paesi del mondo, ci annunciano già l'avvento
non lontano del paradiso terrestre al quale, da secoli, aspira
l'umanità» 33.
III
LA REALTÀ COMUNISTA
Come abbiamo già detto, i primi
dirigenti dell'U.R.S.S., e in particolare Lenin, non
intendevano prendere in considerazione i propositi di Alexandra
Kollontai. Il «grande amore» e «l'Eros alato» erano l'ultimo dei
loro pensieri... Tuttavia, essi non ricusavano la teoria di Marx che
scriveva: «La famiglia non può essere concepita come cellula di
base della società [...]. L'abolizione positiva della
proprietà privata, l'appropriazione della vita umana, significano la
soppressione positiva di ogni alienazione, e di conseguenza il
ritorno dell'uomo fuori dalla religione, dalla famiglia, dallo Stato
[...] alla sua esistenza umana, ossia sociale»
34.
l
La legislazione familiare nell'Unione
Sovietica
Dato che la Legge deve guidare i
costumi, possiamo dunque a buon diritto seguire l'evoluzione della
legislazione in U.R.S.S. attraverso i diversi Codici di
Famiglia. Il primo Codice di Famiglia è del 1918: solo il matrimonio
civile veniva riconosciuto come valido, e il nome scelto dai coniugi
poteva essere quello dell'uomo o della donna. I figli legittimi o
illegittimi godevano degli stessi diritti; l'aborto era
libero e gratuito. Ma nel 1927 entrò in vigore un nuovo Codice
di Famiglia: anche se le disposizioni legislative cambiavano di
poco, si accesero appassionati dibattiti: i deputati delle diverse
Repubbliche erano intenzionati a preservare una certa «morale». I
matrimoni «non registrati» erano ancora riconosciuti, ma non
beneficiavano degli stessi vantaggi dei matrimoni registrati. Il
diritto all'aborto era stato mantenuto. Nel 1936, venne introdotto
un nuovo Codice di Famiglia: esso aboliva il diritto all'aborto.
L'editoriale della Pravda commentò il progetto di Legge e
insistette sul suo aspetto essenziale: «Il rafforzamento della
famiglia sovietica e la lotta contro l'atteggiamento leggero e
negligente verso il matrimonio». Nel 1944, l'evoluzione si
precisò: solo i matrimoni registrati beneficiavano della protezione
della Legge; le madri con una famiglia numerosa venivano lodate.
L'aborto restava vietato. Ora il divorzio dipendeva non solo dai
tribunali, ma anche dal Codice civile. Nel 1968, una certa
liberalizzazione venne introdotta nella Legge, ma l'Izvestia
fece questo commento: «La morale e il diritto proteggono la
famiglia consolidandola e incoraggiandola». L'accento venne
messo su quell'impegno «molto serio» che è il matrimonio,
particolarmente per la donna che dev'essere «preferibilmente
vergine». Il testo di Legge comportava anche una «cerimonia
solenne».
l
Le necessità della tattica
Questi richiami allo «sviluppo e al
rafforzamento della famiglia sovietica» e alla «morale»
protettiva, potrebbero dare l'illusione che il marxismo sia stato il
nuovo paladino della famiglia rinnovata... Ciò significherebbe
dimenticare che il marxismo è una «prassi». Su questo punto, Judith
Stora-Sandor non si lascia ingannare. Nella sua prefazione si legge:
«Spesso, la legislazione si è conformata alla morale tradizionale
per ragioni tattiche». È accaduto per la politica familiare in
U.R.S.S. ciò che è accaduto in tutti i campi della politica
interna. Lo storico francese Alain Besançon, nel suo Court
traité de soviétologie («Breve trattato di sovietologia»)
35, ci fornisce
la «chiave di lettura» di queste variazioni. Il Partito Comunista
«costringe la società civile ad entrare nei quadri predeterminati
dall'ideologia». A volte esso è costretto ad una specie di
«ritirata del potere ideologico» dalla resistenza che gli oppone
la società stessa, o dai gravi danni che l'ideologia arreca a
quest’ultima... Un studio storico ci permetterebbe di scoprire i
secondi fini che hanno orientato i diversi Codici di Famiglia. Così,
una politica natalista è stata portata avanti in tempo di guerra, o
per salvaguardare l'imperialismo pan-russo sui Paesi dominati dall'U.R.S.S.
l
La testimonianza della Storia
Se ci si attiene alla semplice
osservazione dei fatti, che cosa si può
constatare? Evocheremo qui una testimonianza recente, quella di Hedrick Smith, un giornalista americano che soggiornò quattro anni
in Unione Sovietica con la ferma volontà di entrare in contatto con
gli
autoctoni. Nel suo libro Les Russes (Ed. Belfond 1976), ecco ciò che
scrive a proposito della donna e della famiglia: «A dispetto
dell'enorme
propaganda della stampa, le donne sovietiche continuano a
rappresentare
un sesso ben distinto. Se c'è una parte della popolazione che
viene sfruttata dal sistema, è proprio quella delle donne [...].
Sono ancora
e sempre le donne che effettuano i
compiti manuali più ripugnanti. Esse non
sono state affatto liberate da ciò che Lenin
chiamava la "schiavitù domestica" [...].
Contrariamente al Decreto di Lenin, l'accesso
in massa sul mercato del lavoro non
si è rivelato il toccasana che ci si aspettava.
A causa di diversi fattori, ciò ha reso la vita
delle donne più spossante [...]. Malgrado
la promessa marxista-leninista di uguaglianza
per la donna, la solida tradizione
di sciovinismo maschile è stata appena
scalfita dai soviet». Per ciò che riguarda la
«promozione della donna», ecco ciò che
constata Hedrick Smith: «Le donne rappresentano la metà della massa
lavoratrice dell'industria, e tuttavia nove direttori di fabbrica su
dieci
sono uomini. La stessa percentuale è presente anche nella ricerca
scientifica.
Il 70% dei medici sono donne, ma gli uomini si accaparrano i
posti più prestigiosi di direttore d'ospedale, di capo-servizio o di
primario.
L'insegnamento e la medicina rappresentano il gradino più basso
della scala degli stipendi, e sono proprio quelli dove le donne sono
più numerose [...]. L'imperativo finanziario del lavoro all'esterno
e l'inefficacia
caotica della vita del consumatore sommergono la donna russa
in un crogiolo che pochi occidentali conoscono. Le donne
dell'U.R.S.S.
sono prigioniere e tributarie di due mondi: il lavoro e la famiglia.
Nell'impossibilità di riuscire nell'uno come nell'altra, esse
possono solamente correre come "scoiattoli in gabbia" [...].
Il più grande dramma delle donne russe, a sentire loro stesse, è che
si sentono
costrette dalle circostanze a rinunciare alla gioia di
avere più di un bambino. "Le donne sovietiche sono state messe
alla produzione e ritirate della riproduzione", mi ha detto una
di esse. Nel luglio del 1974, la "Literatournaiä Gazeta" ha
pubblicato un sondaggio secondo cui solo 3% delle donne pensava che
un figlio unico fosse l'ideale, e tuttavia il 64% ne aveva uno solo
e il 17% non ne aveva per nulla». C'è di più: «In Occidente,
si pensa che i bambini sovietici vengano automaticamente affidati
agli asili di Stato, ben sovvenzionati, fin dalla culla; sono
rimasto assai sorpreso nel constatare che la maggior parte dei
bambini e delle bambine in età pre-scolastica vengano cresciuti in
casa (solamente 1/3 dei tre milioni di bambini da uno a sei anni
possono essere accolti)». Smith prosegue scrivendo: «Ho
notato la preferenza di un buono numero di donne: più esse sono
colte, più sono favorevoli all'educazione dei bambini in casa.
Questa reazione non è solamente quella delle madri. Diversi
rispettati universitari hanno espresso i loro dubbi circa
l'educazione di gruppo durante i primi tre anni di vita. Nel 1974,
l'eminente demografo Victor Peretedentsev scrisse nella
rivista "Journalist" che l'aspetto negativo degli asili diventava
sempre più evidente: un ritardo scolastico rispetto ai bambini
cresciuti in casa e un'elevata percentuale di malattie. Egli
raccomandava vivamente di versare dei sussidi alle madri che
volevano crescere i loro figli. Queste proposte vennero accolte
calorosamente da molte donne dell'ambiente agiato». Infine, per
concludere: «Mentre le americane si ribellavano apertamente
contro la vita nel focolare, le russe si ribellavano in segreto
contro la necessità di dover lavorare, poiché invece di essere un
modo di realizzarsi e un mezzo per diventare indipendenti, l'impiego
era diventato una corvè». Apriamo qui una parentesi per far
notare che le teorie marxiste, soprattutto quelle esposte da
Alexandra Kollontai, potevano difficilmente sfociare in un'altra
situazione. Non dimentichiamo, infatti, che le promesse di
«liberazione della donna» mediante il trasferimento dei suoi oneri
domestici alla società e allo Stato erano accompagnate da
considerazioni meno rallegranti:
-
circa il valore e il ruolo della
donna, «la Repubblica dei lavoratori considera innanzitutto
la donna come una forza di lavoro, come un'unità di lavoro, come
un'unità di lavoro vivente; essa considera la funzione materna
come un compito assai importante, ma complementare, e per di più
come un compito non solo privato e familiare, ma anche sociale»
36;
-
a riguardo della protezione della
salute della donna e della sua maternità, «non bisogna che la
donna sprechi delle forze in modo improduttivo, per la famiglia,
per utilizzarle più efficacemente a vantaggio della
collettività; bisogna proteggere la sua salute, per garantire,
per l'avvenire, un afflusso di operai sani alla Repubblica dei
lavoratori» 37.
«Va da sé che il nostro compito
principale è di liberare la donna che lavora in modo improduttivo
prestando le cure fisiche ai figli. La maternità non consiste del
tutto nella necessità di lavare i figli, di cambiarli e di essere
inchiodate alla sua culla. Il dovere sociale della maternità
consiste innanzitutto nel mettere al mondo dei figli vitali e sani.
Perciò, la società dei lavoratori deve porre la donna incinta nelle
condizioni più favorevoli, e la donna deve, da parte sua, osservare
tutte le regole igieniche prescritte durante la gravidanza,
ricordandosi che
per nove mesi essa smette di appartenere a sé
stessa, che è al servizio della collettività, che "produce" con
la sua carne e con il suo sangue un nuovo lavoratore, un nuovo
membro della Repubblica del lavoro» 38.
Anche in ciò che riguarda la prostituzione, la donna non merita di
essere condannata perché vende il suo corpo, ma in quanto non
effettua nessun lavoro utile alla comunità, al punto che scrive
Alexandra Kollontai: «Il potere dei soviet non fà alcuna
differenza tra una prostituta e la più legittima delle spose che
vive sulle risorse del proprio marito» 39.
La testimonianza di Judith Stora-Sandor coincide perfettamente con
quella di Hedrick Smith. Nella sua prefazione agli scritti di
Alexandra Kollontai non dice nient'altro: «Esiste un punto su cui
nessuna discussione è possibile: la Rivoluzione Sessuale è
fallita. L'uguaglianza tra i due sessi in tutti i campi della
vita, proclamata fin dalla presa del potere da parte dei
bolscevichi, mai smentita dai testi ufficiali, non è mai stata
realizzata. La morale tradizionale regna sovrana. Anziché
scomparire, in questi ultimi cinquant'anni, la famiglia monogamica è
stata rafforzata» 40. Sviluppando
queste constatazioni, la Stora-Sandor osserva: «La costituzione
dell'U.R.S.S. garantisce all'uomo e alla donna un'uguaglianza
completa in tutti i campi della vita pubblica, socio-politica,
materiale e culturale del Paese. Abbiamo visto più sopra che c'è
almeno un campo - quello della morale sessuale - in cui questa
uguaglianza non esiste... I pregiudizi hanno la scorza dura. Nessuna
legge può cambiare la struttura psichica dell'individuo dall'oggi al
domani [...]. Le donne sovietiche [...] continuano a
vivere secondo i vecchi schemi, imposti da uno Stato onnipotente,
diretto in gran parte da uomini» 41.
Essendo l'indipendenza economica una delle condizioni più
fondamentali per la riuscita della rivoluzione, in materia di
lavoro, tutte le restrizioni tradizionali sono state rimosse fin dal
1917. «Ma l'uguaglianza è stata veramente realizzata? Le
statistiche sono eloquenti a questo proposito e la risposta è
negativa. In effetti, si osserva che più si sale nella gerarchia,
meno si trovano donne. A parità di qualifica professionale, i posti
di comando sono, in linea di massima, occupati da rappresentanti del
sesso forte. È un economista sovietico, M. Sonine, che
fà questa constatazione in un articolo dedicato al problema del
lavoro femminile pubblicato nel 1969 nella "Literatournaiä Gazeta".
Un esempio chiaro: l'85% del corpo medico è costituito da donne, ma
la metà dei primari e dei direttori di ospedali è composta da
uomini. Bisogna anche aggiungere che, in Unione Sovietica, la
professione medica è scarsamente
rimunerativa. La stessa
sproporzione esiste praticamente in tutti i rami della vita
socio-professionale. Citiamo ancora un volta Sonine: "Nella
schiacciante maggioranza dei casi, gli uomini sono a capo delle
amministrazioni, delle imprese e degli organismi di gestione". Qual'è la situazione nella vita politica? È la stessa che altrove.
Nel 1921, Alexandra Kollontai deplorava che "nei soviet di distretto
si contavano 574 donne, mentre in quelli del Governo se ne contavano
solamente sette". Da quella data la situazione è certamente
migliorata. La proporzione di donne nei soviet supremi delle
Repubbliche raggiunge ovunque il 30%. Ma bisogna sapere che i soviet
giocano solamente un ruolo molto ristretto nel prendere le decisioni
più importanti. Il vero potere appartiene al Governo centrale
dell'U.R.S.S. che, sui suoi cinquantasette membri, conto una sola
donna. Quanto al Partito Comunista, la situazione è simile. La Kollontai si rallegrava del reclutamento femminile tra i militanti
comunisti: dal 9 al 10% di donne. Il 1º gennaio 1965, il numero
delle donne era salito attorno al 20% dell'insieme dei membri.
Nessuna donna all'Ufficio Politico, e sui 195 membri titolari del
Comitato Centrale si contano solo cinque donne. In un altro campo -
quello del lavoro meccanizzato - la situazione delle donne è molto
preoccupante. La mano d'opera non qualificata è costituita in gran
parte da donne» 42. «La
separazione della cucina dal matrimonio» - riforma considerata
da Alexandra Kollontai come importante «tanto quanto la
separazione della Chiesa dallo Stato»,
non è stata attuata.
«Una cellula familiare solida e incrollabile presuppone un focolare
individuale. È questo focolare individuale che continua a perpetuare
la schiavitù delle donne. I quadri statistici sono ancora una volta
più che eloquenti. Che sia operaia, impiegata intellettuale o
contadina, la donna sovietica passa, in media, il doppio del tempo
dell'uomo alle cure della casa. Ciò è anche vero per il tempo speso
per le cure date ai figli» 43. Per
tale motivo, i giornali sono zeppi di inserzioni in cui si
richiedono nutrici e colf. Si è giunti a proporre «di
organizzare la professione di casalinga per dare una dignità a
questo mestiere che viene recepito da chi lo esercita come
umiliante» 44. Onde sopperire in
parte all'abbassamento della natalità c'è anche chi propone di
ritornare alla nozione di casalinga. «Certuni pensano che la
soluzione ideale sarebbe quella di permettere alla donna di
abbandonare il suo impiego per una durata di due o tre anni, per
potersi interamente dedicare all'educazione dei figli più piccoli»
45. Nessuna voce si è alzata contro il
carattere «retrogrado» di un simile progetto. «Nel 1970, scriveva
M. Pavlova, laureata in Storia, sulla "Literatournaiä
Gazeta": "A riguardo della soluzione di questo problema, bisogna far
notare che la rinascita dei pregiudizi concernenti la necessità del
ritorno della casalinga, della non redditività del lavoro femminile,
ecc..., costituirebbe un torto insospettato alla nostra società"»
46. Ciononostante, il lavoro della donna è
ritenuto responsabile di altri mali. «Se il lavoro della donna è
accusato di essere una delle ragioni del debole tasso di natalità,
certe persone non esitano a ritenerlo anche responsabile del numero
crescente dei divorzi. Dunque, malgrado gli incitamenti continui a
rafforzare la famiglia, sostenuti da una legislazione adeguata,
questa non gode una buona salute. V. Perevedentsev, un demografo che
ha elogiato la vecchia famiglia rurale, di gran lunga più solida,
analizza i cambiamenti responsabili del "nuovo" atteggiamento
frivolo verso il matrimonio. Tra le ragioni incriminate c’è anche
l'autonomia economica della donna. Perevedentsev si spinge ancora
più lontano ed esprime un'opinione largamente diffusa secondo la
quale non si attribuisce un valore sufficiente ai lavori domestici»
47. Per Judith Stora-Sandor, qual'è la
ragione di questo insuccesso? Semplicemente, in materia di
sessualità «i marxisti più eminenti hanno agito come perfetti
reazionari. Lenin stesso - scrive la Stora-Sandor - quando
affrontò questo argomento, fece ricorso a tutto l'arsenale dei
pregiudizi borghesi».
IV
DALL'UTOPIA AL REALISMO
Gli utopisti, si sa, non si
scoraggiano mai: è nota la celebre replica del comunista francese
Guy Mollet (1905-1975): «Si dice che la nostra politica non è
riuscita. Non è una buona ragione per cambiarla». In Unione
Sovietica le teorie di Alexandra Kollontai non hanno sortito alcun
effetto. Tuttavia, Judith Stora-Sandor assicura: «Siamo convinti
che esse serviranno da riferimento prezioso a tutti coloro che
pensano che una vera emancipazione della donna sia la prima
condizione di ogni cambiamento della società»
48. L'Unione Sovietica, terra di elezione del socialismo,
non è divenuta il paradiso terrestre promesso, popolato da tanti
Adamo e da tante Eva uguali e perfettamente felici; se ciò non si è
avverato in U.R.S.S., l'Occidente liberale diventerà, in
materia di manipolazione familiare, un campo privilegiato di
esperienza. Il processo è già largamente in atto. Di decadenza in
decadenza, oggi siamo giunti al divorzio e all'aborto libero e
gratuito...
l
Dal marxismo al liberalismo avanzato
E non è tutto! Il 26 maggio 1976, la
radical-socialista ebrea Françoise Giroud (1916-2003) ha
presentato al Consiglio dei Ministri francese un «Progetto per le
donne» in 101 punti... Questo progetto è uscito anche nelle
librerie. Esso si fonda sull'«uguaglianza dei sessi, realizzata
tramite la contraccezione e l'aborto». Tale progetto è destinato
a «liberare la donna dalle costrizioni della propria natura».
La prima parte di questo piano consiste in un «condizionamento
antimascolino della bambina e della ragazza»,
condizionamento che deve condurre alla scomparsa della famiglia.
La donna «troverà la sua piena realizzazione nell'esercizio di un
mestiere». Ancora una volta, interroghiamo i fatti. In un
sondaggio realizzato nel 1971 nella regione di Grenoble, si
chiedeva: «Che cos'è per voi la famiglia»? L'80% delle
risposte erano affermazioni nettamente positive. Certe formule erano
assai lodative: la famiglia «è tutto nella vita», «è ciò
che c'è di più bello», «è l'unico modo di vivere», «è
la sola cosa che conta». Un'inchiesta condotta da La Vie
Catholique, effettuata nel 1972 in collaborazione con l'IFOP,
è giunta a conclusioni simili. Più recentemente ancora (agosto
1976), un sondaggio dell'INED pubblicato da Valeurs
Actuelles (9-15 agosto), conclude: «Se ciò che si desidera si
potesse realizzare, sei donne su dieci smetterebbero di lavorare
dopo la nascita del primo figlio e i 3/4 dopo la nascita del
secondo». Il progetto utopista è tuttavia sempre lo stesso.
«Alla radice dell'utopia - scrive il filosofo e storico
cattolico Thomas Molnar (1921-2010) - c'è [...]
un orgoglio smisurato, il desiderio di un potere enorme e l'usurpazione
degli attributi divini per poter manipolare e plasmare il destino
dell'uomo» 49.
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Françoise Giroud |
Thomas Molnar |
Le
premesse sono invariate: la famiglia è una «sovrastruttura» della
società; la famiglia tradizionale è un sottoprodotto dell'economia
capitalista, e sparirà con essa. «Si tratta - dice la Giroud
- di liberare la donna dalla sua natura»; «Occorre -
scriveva la Kollontai - creare una donna nuova». Ora,
nonostante tutti gli stratagemmi messi in opera durante il secolo
scorso, la famiglia, valga quel che valga, tuttavia permane. Forse,
alla fine dei conti, è una di quelle realtà che ha la scorza dura,
uno di quegli elementi di cui comunemente si dice che sono
«testardi»...
l
La risposta cristiana
Poiché la «nuova» società non sembra
essere in grado di dare vita in modo decisivo ad una «nuova»
famiglia (l'unione libera di individui liberi), forse bisogna
riformulare la proposta o più esattamente rimetterla al punto di
partenza, come la Chiesa ha sempre fatto, partendo dalla formula del
buonsenso: «La famiglia è la cellula di base della società». Se si
giudica seriamente l'albero dai suoi frutti, come negare che
l'azione del cristianesimo e della Chiesa sia stata un beneficio per
la famiglia e per la dignità della donna, essendo le due questioni
indissolubilmente legate? Non potendo passare in rassegna tutti gli
insegnamenti pontifici concernenti la famiglia, ci limiteremo a
ricordare alcuni punti contenuti nelle grandi encicliche della fine
del XIX secolo 50. Fino alla
Rivoluzione Francese, nei Paesi di cultura cristiana andava da sé
che il matrimonio era un
legame indissolubile voluto da Dio e
restaurato da Cristo. Il sacramento di cui San Paolo aveva scritto
solennemente che è «grande». Conoscendo la debolezza della natura
umana, i Papi hanno tuttavia voluto mettere in guardia i laici e i
sacerdoti contro la tentazione di violare la legge. Per tale motivo,
Benedetto XIV (1675-1758) si rivolse all'Episcopato polacco a
proposito di una tendenza a sciogliere facilmente i legami del
matrimonio, per disapprovare la facilità con la quale certi
ecclesiastici pronunciavano la nullità onde permettere agli sposi di
contrarre nuovi legami. Egli ricordò loro le disposizioni prese dal
Concilio di Trento circa la pubblicazione dei bandi, la presenza dei
testimoni, la registrazione del matrimonio su di un libro e ogni
disposizione presa per impedire l'abuso dei «matrimoni segreti»,
rivelatisi molto labili. Istituendo il divorzio, la Rivoluzione
Francese aveva recato una prima grave offesa alla famiglia... L'idea
era stata lanciata e la breccia era aperta. Il secolo che seguì fu
solamente la storia dolorosa della generalizzazione del matrimonio
civile e del divorzio nella legislazione di Paesi che si dicono
ancora cattolici. Ecco perché la grande enciclica Arcanum Divinæ
Sapientiæ di Leone XIII (1810-1903) sulla famiglia e sul
matrimonio è del 1880. Lontano dall'essere una «categoria
transitoria», «l'unione coniugale non è un'invenzione
dell'uomo», scriveva Leone XIII. «È Dio stesso,
supremo Autore della natura che, fin dall'inizio, mediante questa
unione, ha provveduto con ordine alla propagazione del genere umano
e alla costruzione della famiglia. È Dio che, nella legge di grazia,
ha voluto nobilitarla imprimendo su di essa il sigillo divino del
sacramento». L'Enciclica Arcanum Divinæ Sapientiæ venne
ripresa e completata nel 1930 da Pio XI (1857-1939) in
Casti connubii. Come non ammirare leggendo o rileggendo questi
testi, più che mai attuali, il senso del reale, la saggezza,
l'altezza di vedute di un pensiero pieno di sollecitudine?
«Abbiamo perciò divisato, venerabili Fratelli, di parlare a voi e
per mezzo vostro a tutta la Chiesa di Cristo e a tutto il genere
umano sulla natura del matrimonio cristiano e sulla sua dignità, dei
vantaggi e benefici che ne derivano alla famiglia e alla stessa
umana società [...]. Mediante il connubio adunque si
congiungono e si stringono intimamente gli animi, e questi prima e
più fortemente che non i corpi, né già per un passeggero affetto dei
sensi o dell'animo, ma per un decreto fermo e deliberato di volontà
[...]. Da Dio provengono l'istituzione, le leggi, i fini, i
beni del matrimonio; dall'uomo, con l'aiuto e la cooperazione di
Dio, dipende l’esistenza di qualsivoglia matrimonio particolare
congiunto con i doveri e con i beni stabiliti da Dio».
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Benedetto XIV |
Leone XIII |
Pio XI |
I figli
non sono le «braccia» per l'edificazione della società socialista,
ma «i coniugi riguarderanno questi figliuoli ricevuti [...]
quale un talento loro affidato da Dio, non già per impiegarlo
solamente a vantaggio proprio o della patria terrena, ma per
restituirlo poi col suo frutto nel giorno del conto finale». A
questi genitori spetta «il diritto e incarico dell'educazione»,
e non alla società o allo Stato. L'amore degli sposi non è quella
caricatura dell'amore che troppo spesso il mondo ci mette sotto gli
occhi. «Parliamo dunque di un amore non già fondato
nell'inclinazione sola del senso che in breve svanisce, né solo
delle parole carezzevoli, ma dell'intimo affetto dell'anima e ancora
- giacché la prova dell’amore è l'esibizione dell'opera - dimostrato
con l'azione esterna». Che questa analisi sia più prossima alla
realtà, al «vissuto» come oggi si dice, è un fatto che salta agli
occhi. Siamo lontani dai trasporti ipotetici e intermittenti del
«tenero Eros alato». Continua il Papa:
«Questa azione non
comprende solamente il vicendevole aiuto, ma deve estendersi
altresì, anzi mirare soprattutto a questo, che i coniugi si aiutino
tra loro per una sempre migliore formazione e perfezione interiore
[...]. Possono insomma e debbono tutti, di qualunque condizione
siano e qualunque onesta maniera di vita abbiano eletto, imitare
l'esempio perfettissimo di ogni santità proposto da Dio agli uomini,
che è Nostro Signore Gesù Cristo». Non importa in quale
condizione, e non solamente in qualche classe eletta come il
proletariato... Infine, Pio XI parla dell'ordine dell'amore. Non si
tratta del «nuovo amore» di Alexandra Kollontai e dei suoi emuli,
fondato su una libertà e un'uguaglianza il cui contenuto non è mai
stato chiaramente definito. È un «ordine» in cui «il marito è la
testa e la moglie è il cuore», un ordine che non è subordinato
ad alcun capriccio, poiché il contratto nuziale è un Sacramento;
esso è indissolubile secondo le parole di Cristo: «Ciò che Dio ha
unito, l'uomo non separi» (Mt 19, 6). I frutti di questa
indissolubilità sono senza prezzo: «Insegna infatti l'esperienza
come all'onestà della vita in genere e all'integrità dei costumi
immensamente conferisce la fermezza inconcussa dei matrimoni; e come
dalla severa osservanza di tale ordinamento venga assicurata la
felicità e la saldezza della cosa pubblica; poiché tale sarà lo
Stato quali sono le famiglie». Già nel 1930 Pio XI fustigava:
«Movendo da tali principî, alcuni giunsero al punto di inventare
altre forme di unione, adatte, come essi credono, alle presenti
condizioni degli uomini e dei tempi, e che propongono quasi nuove
forme di matrimonio: l'uno "temporaneo", l'altro "ad esperimento",
un terzo che dicono "amichevole" e che si attribuisce la piena
libertà», pratiche largamente diffuse ai nostri giorni, anche
negli ambienti che si dicono cristiani. Il Papa affronta il problema
dell'emancipazione della donna, che sarà spesso ripreso da Pio
XII (1876-1958). Il Papa denuncia: «E anche più audacemente
molti di essi affermano con leggerezza essere quella (della
donna) un'indegna servitù di un coniuge all'altro [...].
Se la donna scende dalla sede
veramente regale, a cui, tra le
domestiche pareti, fu dal Vangelo innalzata, presto ricadrà nella
vecchia servitù (se non di apparenza, certo di fatto)».
Ricordiamo a favore di questa affermazione le testimonianze raccolte
da Hedrick Smith in Unione Sovietica. A coloro che vorrebbero il
divorzio, Pio XI ricorda le parole di Leone XIII: «Niente ha
maggior forza che la corruzione dei costumi, è agevole a capirsi che
alla prosperità delle famiglie e delle nazioni sono funestissimi i
divorzi, i quali nascono da depravate consuetudini, e come ne
attesta l'espressione, aprono l'adito ad una sempre maggiore
corruttela del pubblico e privato costume». Infine, Pio XI si
sofferma lungamente sui doveri dello Stato, ricordando una volta
ancora le parole del suo predecessore a questo riguardo: «Nella
civile società le condizioni economiche e sociale siano così
ordinate, che ogni padre di famiglia possa meritare e guadagnare
quanto è necessario al sostentamento proprio, della moglie e dei
figli». Egli ritornò sulle questione dello stipendio familiare
nell'Enciclica Quadragesimo anno (del 1931) e rese un giusto
omaggio «a tutti quelli che con saggio e utile divisamento hanno
sperimentato e tentano diverse vie, onde la mercede del lavoro si
retribuisca con tale corrispondenza ai pesi della famiglia, che,
aumentando questi, anche quella si somministri più larga; e anzi, se
occorra, si soddisfaccia alle necessità straordinarie». Siamo
lontani dalle famiglie di cui ci parla Hedrick Smith, dove i due
stipendi congiunti del marito e della moglie non permettono loro di
avere più di un figlio... «Coloro che hanno l'incarico dello
Stato e del bene comune non saprebbero trascurare queste necessità
materiali degli sposi e delle famiglie senza causare un grave danno
alla società e al bene comune». E per finire si augura che i due
poteri, la Chiesa e lo Stato, associno le «loro responsabilità
concernenti il matrimonio per allontanare dai focolai cristiani i
perniciosi pericoli e anche una rovina imminente [...].
Perché la Storia lo testimonia, la salvezza dello Stato e la
felicità temporale dei cittadini sono precarie e non possono restare
salve laddove si scuote il fondamento su cui sono stabiliti, che è
il buon ordine dei costumi, e laddove i vizi dei cittadini
ostruiscono la sorgente dove la civiltà attinge la sua vita, ossia
dal matrimonio e dalla famiglia».
l
Conclusione
Divorzio, convivenza, aborto
gratuito... Nonostante tutte le messe in guardia di tutti i
Pontefici da un centinaio di anni a questa parte, siamo
arrivati oggi, dice lo storico francese Pierre Chaunu
(1923-2009), ad un punto in cui tutto è possibile in questo mondo
malato... fino al desiderio positivo della morte della comunità al
di là dell'individuo. È a Pierre Chaunu 51
che chiederemo in prestito parte della nostra conclusione: «Una
politica della vita per la salvezza non di un gruppo, non di una
nazione, non di una famiglia spirituale, non di un partito, ma della
specie, è costretta a cercare un appoggio su queste due cellule
della socialità in crisi: la comunità dello Stato-nazione e la
famiglia coniugale [...]. Tutta la conservazione della
specie, tutta la restaurazione sociale passa dalla famiglia e la
famiglia tale quale la Storia occidentale ci ha consegnato, la
famiglia coniugale fragile e vigorosa [...]. Perché essa è
l'unica che può fornire il fantastico carico affettivo di cui gli
uomini malati del nostro tempo hanno disperatamente bisogno
[...]. Il quarto mondo industriale, è attualmente quello della
generazione non sostituita, quello della densità più elevata di
suicidi e di malattie mentali [...]. Una politica familiare
non è richiesta unicamente dalle evidenti ragioni demografiche
[...], ma dal bisogno affettivo di questo mondo malato.
L'ignoranza di questa verità è stata una delle pietre d'inciampo
dell'apparato socialista e forse più ancora della socialdemocrazia
alla svedese (e del fuorviamento pornografico). Appena si tocca la
famiglia, si tocca l'essenziale e dunque il complesso e il fragile.
Il cuore della vita [...], la cellula fondamentale della
nostra socialità, che otto secoli di evoluzione lineare hanno
condotto al punto in cui si trova, ha bisogno di mezzi proporzionati
ai suoi oneri». La Chiesa, nella sua saggezza, non ha mai detto
nient'altro. E non solo l'ha detto e l'ha ripetuto, ma ha provato il
valore e la verità del suo insegnamento lungo tutta la nostra
storia. Essa ha provato la sua perfetta conoscenza degli slanci
dell'anima e del corpo, dello spirito e del cuore degli uomini.
Slanci che, lontano dal ripudiare, ha permesso e trasceso. Tutte le
concezioni, le teorie, le filosofie e i dogmatismi del laicismo
hanno spezzettato, separato e mutilato i diversi componenti della
natura dell'amore umano! Solo la Chiesa cattolica, grazie alla sua
perfetta conoscenza e alla sua perfetta comprensione dell'uomo, ha
saputo dare una risposta soddisfacente, vitale, schiusa alle
esigenze naturali e soprannaturali dell'amore umano. Di questo
«grande amore», di questo amore ricercato appassionatamente perché
capace di far vivere gli uomini. In venti secoli di Storia, essa ha
dimostrato di essere l'unica ad aver sublimato l'amore umano, ad
avergli permesso di sbocciare, di perpetuarsi, di portare i frutti
iscritti nella sua natura, di incarnarsi nella civiltà. Essa ne ha
fatto il fondamento e la sostanza di ogni vita, la base dell'ordine
sociale e il punto di partenza dell'ordine politico. Sarebbe fin
troppo ingiusto spogliarla di questo titolo di gloria, ragione
supplementare della fierezza del cristiano e della sua speranza.

Note
1
Traduzione dall'originale francese Le marxisme, la femme et la
famille («Il marxismo, la donna e la famiglia»), a cura di
Paolo Baroni. Ed. AFS,
Parigi.
2
Cfr. J. Ousset,
Pour Qu'Il Règne («Affinché Egli Regni»), pag. 149.
3
Fortunatamente, la Legge del 2 dicembre 1794, che aveva stabilito la
libertà d'insegnamento, non venne abrogata. Per aprire una scuola,
era sufficiente un certificato civile e un altro di moralità. Fu
grazie a questa legge che dopo il 9 Termidoro una buon numero di
scuole libere venne aperto.
4
Cfr. D. Desanti,
Flora Tristan: Vie et oeuvre mêlées («Flora Tristan: vita e
opera mescolate»).
5
Dottore-assistente a Parigi VIII (Vincennes).
6
Cfr. J. Stora-Sandor,
Alexandra Kollontai: marxisme et révolution sexuelle
(«Alexandra Kollontai: marxismo e rivoluzione sessuale»).
7
Ibid., pag. 56.
8
Ibid., pag. 57.
9
Ibid., pag. 39.
10
Ibid.
11
Ibid., pag. 41.
12
Ibid., pag. 63.
13
Ibid., pag. 60.
14
Éditions Sociales, Parigi 1946, pagg. 29-30.
15
Vol. III, pag. 78.
16
Cfr. J. Stora-Sandor,
op. cit., pag. 70.
17
Ibid., pag. 91.
18
Ibid., pag. 89.
19
Ibid.
20
Ibid., pag. 89.
21
Ibid., pag. 173.
22
Ibid., pag. 228.
23
Ibid., pag. 239.
24
Ibid., pag. 128.
25
Ibid., pag. 220.
26
Ibid., pag. 91.
27
Ibid., pag. 92.
28
Ibid., pag. 186.
29
Ibid., pag. 201.
30
Ibid., pag. 202.
31
Ibid., pag. 203.
32
Ibid., pag. 204.
33
Ibid., pagg. 211-212.
34
Cfr. K. Marx,
Manuscrits du 1844, Ed. Sociales, pag. 88.
35
Cfr. A. Besançon,
Court traité de soviétologue à l'usage des autorités civiles,
militaires et religieuses; prefazione di Raymond Aron, Ed.
Hachette.
36
Cfr. J. Stora-Sandor,
op. cit., pag. 220.
37
Ibid.
38
Ibid., pag. 221.
39
Ibid., pag. 243.
40
Ibid., pag. 28.
41
Ibid., pag. 38.
42
Ibid., pag. 39.
43
Ibid.
44
Ibid., pag. 41.
45
Ibid., pag. 42.
46
Ibid.
47
Ibid., pag. 43.
48
Ibid., pag. 47.
49
Cfr. T. Molnar,
L'utopie éternelle hérésie («L’utopia, eresia eterna »), Ed.
Beauchesne, pag. 253.
50
Arcanum divinæ sapientiæ, di Leone XIII, del 10 febbraio
1880; Casti Connubii, di Pio XI, del 31 dicembre 1930.
51
Cfr. P. Chaunu, Le
refus de la vie («Il rifiuto della vita»), Calmann Levy 1975.