È noto a tutti, fin dai banchi di
scuola, che non si può «parlare male di Garibaldi»: il suo
«coraggio» e il «purissimo idealismo» ne fanno un eroe
dell'apologetica risorgimentalista.
Ma analizzando con maggiore accuratezza la vita del presunto eroe,
si possono mettere in luce molti aspetti oscuri o poco noti del suo
passato. Di certo il nizzardo non brillava per coerenza di idee se
Giuseppe Mazzini (1805-1872) lo definì «una vera canna al vento» e
lo storico inglese Denis Mack Smith lo
valutò «rozzo e incolto».
Indagando meglio si scopre, ad esempio, che la sua lotta contro
l'oppressore non comprende la tappa in Uruguay dove preferì
combattere dalla parte degli inglesi, per garantirne il monopolio
commerciale sul Rio della Plata e contrastare così l'egemonia
spagnola, nazione troppo cattolica per il proverbiale antipapismo
garibaldino e soprattutto per il suo iniziale avvicinamento alla
Massoneria d'oltreoceano. O ancora che fu artefice di un meschino
traffico di schiavi al suo ritorno dal Perù nel 1852. Garibaldi
«m’ha sempre portato i chinesi nel numero imbarcati e tutti grassi e
in buona salute, perché li trattava come uomini e non come bestie»,
scriveva con ammirazione e una punta di ironia l'armatore torinese
Pietro Denegri.
Nel 1835 a Rio de Janeiro, Garibaldi strinse amicizia con Livio Zambeccari
(1802-1862), esponente di spicco della Massoneria e segretario del
presidente del Rio Grande. Ma fu a Montevideo nel 1844 che indossò
il primo «grembiulino» ed «ebbe la luce» massonica. Aveva
trentasette anni, e la Loggia era L'Asil de la Vertud, una Loggia
irregolare, emanazione della Massoneria brasiliana, non riconosciuta
dalle principali obbedienze massoniche internazionali, quali erano
la Gran Loggia d’Inghilterra e il Grand'Oriente di Francia. Sempre
nel corso del 1844, regolarizzò la sua posizione presso la Loggia Les
Amis de la Patrie di Montevideo posta all'obbedienza del Grand'Oriente di Parigi. La sua affiliazione comparve successivamente
anche nella Loggia Tomp Kins, a Stapleton, nello Stato di New York.
La carriera massonica di Garibaldi culminò nel 33° Grado del Rito
Scozzese ricevuto a Torino il 17 marzo 1862, nell'elezione a Gran
Maestro del 21 maggio 1864 e nella suprema carica di Gran Ierofante
del Rito Egizio di Memphis-Misraim nel 1881
2. Garibaldi, inoltre,
si interessò anche di spiritismo e occultismo.
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Da sinistra: Livio Zambeccari,
Giuseppe Mazzini e Garibaldi vestito da massone. |
Ma prima di passare a descrivere più nel dettaglio l'influenza della
Massoneria sul nizzardo è opportuno ricordare che tutti i Riti
massonici, sebbene divisi al loro interno, fin dalla Rivoluzione
Francese perseguivano un disegno finale metapolitico, che aveva come
fine ultimo la distruzione del cristianesimo e il ritorno
dell'umanità ad un'età precristiana, pagana, gnostica.
Il potere della Massoneria si rafforzò con Napoleone, con cui
l'attacco alla Chiesa di Roma divenne sempre più palese fino
all'annessione del 10 giugno 1808 dello Stato pontificio all'Impero
francese.
Il Convegno massonico di Strasburgo del 1847 organizzò i moti
rivoluzionari dell'anno successivo che si propagarono
contemporaneamente a Parigi, Vienna, Berlino, Milano, Roma e Napoli.
La più nota ma, al contempo, impenetrabile società segreta
dell'Ottocento fu la Carboneria, emanazione della Loggia dei Filaleti
(cioè «Amici della libertà»), francesi. Organizzata in
Vendite, operava in stretto contatto col Rito Scozzese, era diretta
da un vertice chiamato Alta Vendita composta a livello
internazionale da quaranta membri. Molto diffuse in Piemonte e
nell'Italia settentrionale, la prima Vendita meridionale fu
stabilita a Capua, nel 1809.
Mazzini fu iniziato alla Carboneria fra il 1827 e il 1829. I
carbonari appartenevano agli Illuminati di Baviera e vi apparteneva
anche Mazzini che – tra l'altro – credeva fermamente nella
reincarnazione. Conobbe Madame Helena Petrovna Blavatsky
(1831-1891), fondatrice della Società
Teosofica, e fu molto amico di John Yarker (1833-1913), Gran
Ierofante di
Memphis-Misraim.
Carboneria e Alta Vendita entrarono in gioco per l'unificazione
dell'Italia: alla prima spettava il compito di rovesciare il Trono,
alla seconda quello di assalire il Papa e disgregare il clero. Il
loro braccio armato era l'orda garibaldina. Ma, per portare a
termine la sua missione, Garibaldi aveva bisogno di un protettore
potente: l'onnipresente Massoneria britannica. Perfino lo storico
ufficiale della Massoneria italiana
Aldo Alessandro Mola scrive:
«La
spedizione dei Mille si svolse dall'inizio alla fine sotto tutela
britannica: o, se si preferisce, della Massoneria inglese». E
mentre Carlo Pisacane (1818-1857) – anche lui massone - falliva l'azione di Sapri,
Garibaldi tramava nell'ombra in Inghilterra nell'areopago della
Loggia Philadelphes contro il Regno delle Due Sicilie. Nella
Loggia
londinese si raccoglievano infatti i più importanti esponenti
dell'internazionalismo democratico e socialista, tutti propensi a
collocare la Massoneria su posizioni fortemente antipapiste.
Presi i necessari accordi con la Massoneria inglese, il nizzardo
partì da Liverpool alla volta del Nuovo Mondo dove frequentò e batté
cassa presso le Logge massoniche di New York.
La sconfitta dei Borbone fu comprata a peso d'oro. Oro massonico che
corruppe le tasche dei generali quasi quanto la propaganda ne aveva
corrotto la mente.
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Da sinistra: Helena Petrovna Blavatsky, John Yarker
e Carlo Pisacane. |
Lo studioso De Vita ha accuratamente ricostruito
la provenienza di questo tesoro attraverso una documentata ricerca
negli archivi delle Logge massoniche scozzesi di Edimburgo.
A Garibaldi furono quindi fatti pervenire, per l'organizzazione
della spedizione, tre milioni di franchi francesi, tutti convertiti
in piastre d'oro turche per occultarne la provenienza e per
favorirne il cambio in tutto il bacino del Mediterraneo. Non è
facile valutare il valore finanziario di una somma così ingente, ma
si tratta senza dubbio di milioni di dollari odierni. Alla colletta
contribuirono,
oltre ai Fratelli inglesi e americani, anche quelli
canadesi. La Massoneria mal sopportava quei sovrani di Napoli:
troppo cattolici e ben difesi, da un lato dall'«acqua santa» del
Papa, dall'altro da quella salata e ricca di traffici del
Mediterraneo; ma soprattutto bruciava loro ancora la persecuzione
ordinata, tra il 1825 e il 1832, contro le Logge massoniche
siciliane.
L'appartenenza massonica di Garibaldi contribuì quindi, a finanziare
la conquista del Sud. Come è dimostrato dallo stesso Garibaldi che,
nel ringraziare i propri Fratelli di Palermo per il conferimento
dell'altissimo Grado assegnatogli in seno alla Massoneria, tenne a
precisare, nella lettera inviata il 20 marzo 1862, che assumeva «di
gran cuore il Supremo Ufficio» perché, da una parte, conferito dal
libero voto di uomini liberi, e dall'altra per «l'appoggio che
essi diedero da Marsala al Volturno, nella grande opera dello
affrancamento delle province meridionali».
Ai Maestri massoni d'Italia, Garibaldi fece notare inoltre
l'importanza che ogni massone cooperasse affinché Roma divenisse,
oltre che italiana, la capitale di una «grande e possente nazione».
Tutti i Fratelli, perciò, dovevano tenersi pronti ad accorrere
«sotto quella bandiera per la quale fu sparso tanto sangue
italiano».
E tra i Mille che si mossero dallo scoglio di Quarto o tra i loro
sostenitori più o meno ufficiali, ci furono molti massoni: a
iniziare da Nino Bixio (1821-1873) - della Loggia Trionfo
Ligure (tessera nº 105) - a Francesco Crispi (1818-1901), compreso
Cavour (1810-1861), primo ministro del governo sardo, e
Lord Palmerston
(1784-1865), ministro di Sua Maestà britannica.
Lo studioso che più di ogni altro ha sottolineato l'importanza di
questa «sètta» - come da lui stesso più volte è definita – nella
dissoluzione del Regno della Due Sicilie è stato Giacinto de'
Sivo (1814-1867):
la «sètta che da ottant'anni va minando i troni e gli altari,
guadagnava a' nostri tempi un re, nato re, nato cristiano e
cattolico» e ne ha fatto sua «vittima e strumento», inducendolo a
spargere la corruzione nel Regno delle Sicilie, a fornire oro e
legittimazione all'orda garibaldina, a colpire egli stesso alle
spalle il monarca delle Sicilie, quando questi era ormai sul punto
di fermare l'invasione 3.
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Da sinistra:
Nino Bixio, Francesco Crispi
e Giacinto de' Sivo. |
Continua il de' Sivo: «Il Piemonte co' suoi ambasciatori sparse tra
noi il veleno delle sètte; corruppe con oro e promesse i duci e i
ministri napoletani; metteva in armi sulle genovesi terre un
capitano di ventura, al quale con bugiarde mistificazioni aveva
preparato immeritata rinomanza, gli dava oro, navi e bandiere, gli
dava seguaci d'ogni nazione e d'ogni linguaggio, e il lanciava
famelico e sitibondo sulle nostre terre felici»
4.
Questo dunque, il complotto che ha corrotto il Regno: inglesi e
piemontesi corruppero e comprarono con oro massonico gran parte del
governo di Francesco II (1836-1894), compreso il primo ministro
Liborio Romano (1793-1867) e
con lui, larga parte degli stati maggiori militari e della
burocrazia.
Il de' Sivo avverte e mette in guardia contro la minaccia dei
sèttari, svelandone il disegno ultimo di
attacco alla Chiesa: «La
guerra che oggi si fà, non è al Papa come Re di Roma solamente, non
si limita solo al potere temporale, non è contro la dominazione
pontificia che si scaglia la bava velenosa dei sèttari: è anche
direttamente contro i principî della religione, che vorrebbe farsi
sostituire dal vantato razionalismo»
5.
E, a distanza di più di un secolo, non possiamo che riconoscere la
perspicacia dello storico di Maddaloni che nutriva la consapevolezza
del carattere intrinsecamente rivoluzionario e anticristiano
dell'aggressione al Regno delle Due Sicilie. Un episodio del ben più
ampio scontro fra religione e ateismo.
La sètta iniziò dalla soppressione degli Ordini religiosi per
passare all'incameramento dei beni ecclesiastici, sempre in nome
della libertà e della costituzione. Poi la Massoneria scatenò in
Italia una vera e propria guerra alla Chiesa cattolica, utilizzando
i Savoia e i liberali, come avanguardia della rivoluzione.
Si dichiararono soppresse «tutte le corporazioni e gli stabilimenti
di qualsivoglia genere degli Ordini monastici e delle corporazioni
regolari o secolari esistenti» e si impose a tutti i religiosi di
lasciare i conventi. A distanza di un mese, seguì la soppressione
degli Ordini religiosi e la confisca dei beni.
La persecuzione anticattolica fece intascare all'élite illuminata e
liberale circa un milione di ettari di terra e migliaia di edifici,
tra conventi e romitori. La popolazione perse gli usi civici per
secoli garantiti dalla Chiesa e insorse ovunque guadagnandosi
l'appellativo di «briganti». I decreti del 18 ottobre 1860, sulla
abolizione dei privilegi del clero 6, e quelli del 17 febbraio 1861,
che abrogarono il concordato del 1818 fra il Regno delle Due Sicilie
e la Santa Sede, comportarono la laicizzazione delle opere
ecclesiastiche, la soppressione di numerosi Ordini religiosi oltre
all'impedimento di celebrare Messe e alla chiusura di alcuni luoghi
di culto 7, e spinsero all'opposizione anche quella parte del clero
ancora indecisa nei confronti della rivoluzione. Numerosi frati e
sacerdoti, militarono nelle fila della reazione, i Vescovi
incoraggiavano gli insorti con le loro pastorali e rinnovavano le
scomuniche della Santa Sede che definiva sacrilego il Governo
italiano. Si fronteggiarono dunque, come già era stato nel 1799 e
durante le invasioni napoleoniche, due idee del mondo: l'una che
trovava nei simboli sacri della religione e della Chiesa la sua
bandiera, l'altra che riecheggiava e diffondeva le idee propugnate
dalla Massoneria, quella «sètta» che, per dirla ancora una volta con
il de' Sivo, tanto ha inciso nelle vicende del Risorgimento
italiano.
D'altra parte, la stessa Massoneria non nasconde, anzi rivendica
orgogliosamente l'apporto al Risorgimento.
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Da sinistra: Francesco II, Liborio
Romano e lo stemma dei Savoia. |
Il Gran Maestro Armando
Corona (1921-2009), in un Convegno del 1988 sul tema La liberazione d'Italia
nell'opera della Massoneria, così conclude: «La liberazione d'Italia
– opera eminentemente massonica – fu sorretta, in ogni suo passaggio
fondamentale, dalle iniziative delle comunioni massoniche
d'oltralpe». La Massoneria «fu il vero ispiratore e
motore del Risorgimento» 8. Scopo della sua missione era quello di distruggere
la Chiesa cattolica e sostituirla con quella massonica guidata da
Londra.
Suo artefice era Garibaldi, che aveva speso la sua vita a
scristianizzare i popoli, in particolare quello italiano. Egli definiva
Papa Pio IX (1792-1878) «un metro cubo di letame»
9, lo riteneva «acerrimo
nemico dell'Italia e dell'unità», lo considerava «la più nociva di
tutte le creature, perché egli, più di nessun altro, è un
ostacolo
al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli».
Nel 1862, si tenne la prima Costituente massonica italiana: ventisei le
Logge i cui delegati nominarono Garibaldi, insignito da Crispi dei
Gradi scozzesi dal 4° al 33°, Primo Massone d'Italia.
Il Grand'Oriente Italiano, dunque, inizialmente dominato da
esponenti vicini a Cavour, preferì affidare la carica di Gran
maestro a Costantino Nigra (1828-1907) e conferire a Garibaldi soltanto un
titolo onorifico, come quello di Primo Massone d'Italia,
gratificandolo di una medaglia commemorativa d'oro massiccio.
Nel cuore massonico del Risorgimento si facevano quindi strada due
sentimenti: quello cavouriano, decisamente élitario e dinastico, e
quello democratico, più popolare. Iniziava una dura lotta per
assicurarsi la guida della famiglia massonica. Garibaldi divenne
immediatamente il candidato sostenuto dai democratici, ma quando
Costantino Nigra rassegnò le dimissioni da Gran maestro e
un'assemblea straordinaria fu chiamata a eleggere il suo successore,
il prescelto risultò Filippo Cordova (1811-1868), già
ministro di Cavour, che prevalse su Garibaldi con quindici voti contro
tredici.
Per l'anno successivo, il 1863, i «figli della Vedova»
10 fissarono
l'appuntamento «a Roma liberata», ma non riuscirono a portarsi oltre
Firenze.
Dopo la nomina a sovrano Gran Commendatore del Gran Consiglio,
conferita nel 1863, l'assemblea dei liberi muratori italiani
riunitasi a Firenze nel maggio del 1864 e comprendente ormai ben
settantadue Logge, elesse Garibaldi al primo scrutinio con
quarantacinque voti (fave) su cinquanta,
Gran Maestro dei liberi muratori comprendenti i due Riti, Scozzese
e Italiano. La speranza era quella di organizzare tutte le frange
della Massoneria italiana in una obbedienza universale, con una
aggregazione, come lui stesso scrisse, «in una sola, di tutte le
società esistenti, che tendono al miglioramento morale e materiale
della famiglia italiana».
La nomina a Gran Maestro rappresentò un momento fondamentale nella
storia della Massoneria italiana. Nelle Logge, infatti, iniziò a
scatenarsi sempre più intensamente la bufera dell'anticlericalismo
radicale di cui Garibaldi era il principale e insuperato esponente.
Bisognava conquistare Roma: chi voleva farlo era amico dei massoni,
chi temporeggiava, nemico. Il Papato era l'arcinemico da combattere
e abbattere.
Con un linguaggio che fondeva insieme misticismo messianico e
positivismo razionalistico, Garibaldi intendeva condurre i Fratelli
tre puntini ad una «religione del vero». Così farneticava da Torino
fin dal 1861: «Incombe ai veri sacerdoti di Cristo una missione
sublime»: liberare i popoli e finalmente un giorno la patria
riconoscente «inciderà i loro nomi tra gli eroici figli che la
redensero» 11.
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Da sinistra:
Armando
Corona, Costantino Nigra
e S.S. Papa Pio IX. |
Il 18 marzo del 1867, da Firenze, Garibaldi attaccava: «Non abbiamo
ancora Patria, perché non abbiamo Roma. Chi in Massoneria potrà
contenderci una Patria, una Roma morale, una Roma massonica? Io sono
del parere che l'unità massonica trarrà a sé l'unità politica
d’Italia». L'obiettivo era chiaro: l'iniziativa militare che doveva
condurre a Roma, necessitava l'armonia interna e l'abbandono di
beghe e dispute su rituali e tra Obbedienze. Tutti uniti in vista di
un obiettivo preciso: la breccia di Porta Pia.
L'antiteismo garibaldino lo spinse al punto di
affermare: «Se
sorgesse una società del demonio, che combattesse dispotismo
e preti, mi arruolerei nelle sue file».
Garibaldi, nel giugno 1867, pur conservando la carica di Gran
Maestro del Consiglio scozzesista palermitano, accettò anche la
nomina a Gran Maestro onorario a vita del Grand'Oriente d’Italia
che gli venne conferita dalla Costituente massonica di Napoli.
Il legame con l'istituzione liberomuratoria era ormai saldissimo.
Non valsero a incrinarlo neppure le divergenze emerse in occasione
dell'Anticoncilio di Napoli del 1869, a cui Garibaldi aderì e dal
quale invece la Massoneria, rimase sostanzialmente estranea.
Nell'autunno del 1867, il vessillo della Vedova sventolò sull'orda
garibaldina diretta a Roma. L'azione dei volontari avrebbe dovuto
avere man forte da una insurrezione preparata dai cosiddetti
patrioti romani. Ma la partecipazione popolare fu scarsa e il 3
novembre 1867, le truppe francesi – da poco sbarcate a Civitavecchia
– attaccarono e sconfissero i garibaldini nella gloriosa battaglia
di Mentana. Fermato a Sinalunga, per paura che potesse realizzare un
colpo di mano sulla frontiera pontificia, Garibaldi si ritirò a
Caprera dove si diede alla scrittura. Nel romanzo autobiografico
Clelia: il governo dei preti, il
Primo Massone divenuto ormai il Solitario di Caprera, come si
autodefinì, descrisse giovani patrioti fanatici, preti demoniaci e
licenziosi in pagine trasudanti anticlericalismo e antiteismo.
Dall'isola, nel luglio del 1868, inviò al Supremo Consiglio della
Massoneria una missiva per comunicare la sua rinuncia a qualunque
titolo o Grado a lui attribuito, rimanendo però legato alla
fratellanza laica, considerata fattore trainante della Massoneria. I
componenti del Supremo Organo decisero di trasmettere a Garibaldi un
messaggio per dissuaderlo dalla rinuncia, ma lui si chiuse nel
silenzio e non diede neanche una risposta alla missiva del Supremo
Consiglio che, in sua vece, elevò alla carica di Gran Maestro del
Rito Scozzese Antico e Accettato il Fratello Federico Campanella
(1804-1884).
In una lettera del 1869 alla Loggia Il Vero Progresso Sociale di
Genova, Garibaldi – nonostante la rinuncia a cariche massoniche –
continuò comunque a sostenere che «la Massoneria che porta
l'impronta dell'Alleanza Democratica Universale e della Fratellanza
umana ha per missione di combattere il dispotismo e il prete,
entrambi rappresentanti dell'oscurantismo, del servaggio e della
miseria».
Era ormai però lontano dalle dispute interne alla fratellanza. Per
questo non partecipò neppure all'Assemblea costituente massonica
riunita nella capitale Firenze il 31 maggio 1869 per ratificare la
fusione del Gran Consiglio simbolico di Milano con il Grand'Oriente
d’Italia.
Unione sancita con la firma di un documento sottoscritto nel maggio
del precedente anno. Accettò, invece, nel 1872 la carica di Gran
Maestro onorario a vita del Grand'Oriente d'Italia. Secondo
Marcel Valmy, autore dell'opera
I massoni, edita da Contini nel 1991,
Garibaldi fu anche il primo Gran Maestro della Loggia Odre du Rite
Memphis-Misraim, un sistema a novanta Gradi gerarchici legato a
tradizioni dell'antico Egitto.
Sul versante del razionalismo positivistico di stampo massonico,
Garibaldi iniziò anche una battaglia volta a diffondere in Italia
l'idea e la pratica della cremazione. Tutto il movimento
pro-cremazione fu infatti direttamente promosso dalle Logge
massoniche e ebbe fra i suoi maggiori dirigenti molte figure di
primo piano della Massoneria. Senza l'appoggio dei vertici della
Massoneria la cremazione non avrebbe avuto lo sviluppo che invece
ebbe nel ventennio tra il 1875 e il 1895.
La nascita della cremazione in Italia non fu solo determinata da un
impegno individuale di alcuni singoli massoni, ma fu la conseguenza
di un intervento ufficiale, tanto dal punto di vista economico che
organizzativo, delle Logge. Lo stretto vincolo cremazione-Massoneria
fu ben chiaro alla Chiesa che infatti si oppose strenuamente allo
sviluppo di questa pratica.
Tre erano gli intenti massonici in questa battaglia: il primo era
quello di laicizzare – o meglio scristianizzare - oltre la società
civile anche la scienza, cercando di privare la realtà naturale di
ogni riferimento metafisico. Il secondo intento riguardava l'aspetto
medico-igienico della cremazione. A questo proposito è interessante
notare la massiccia presenza di
medici nelle Logge, e il ruolo di
primo piano svolto nella Società di Cremazione da medici massoni.
Il terzo e più importante intento era, come sempre, portare un
attacco alla Chiesa cattolica che vedeva questa pratica come
contraria alla fede nella resurrezione dei corpi.
Pleonastico sottolineare che Garibaldi stesso scelse di farsi
cremare dopo la morte.
La propaganda massonica contribuì a creare e diffondere il mito di
Garibaldi negli anni a venire. Il radicale antiteismo massonico si
espresse in una blasfema quanto indicativa giaculatoria che adorava
Garibaldi come «Padre della nazione, Figlio del popolo e Spirito
della libertà». Appare chiaro il tentativo di sostituire con nuovi
santi e nuovi eroi quelli della tradizione cattolica, come già era
avvenuto durante la Rivoluzione francese.
Specialmente negli anni di Crispi, intorno alla figura di Garibaldi
si cercò di costruire una religione civile imperniata sul mito laico
del Risorgimento, e la Massoneria, all'epoca sotto la guida di
Adriano Lemmi (1822-1906), ebbe un ruolo centrale nell'orchestrazione e nella
riuscita dell'operazione. Garibaldi fu il nome più diffuso fra
quelli dati alle Logge della penisola o alle Logge italiane
d'oltremare. Altre denominazioni a lui riferibili - come «Caprera»,
«Luce di Caprera», «Leone di Caprera» – risultavano chiaramente ispirate
dall'intento di rendere omaggio al nizzardo.
La Massoneria inoltre si fece promotrice di innumerevoli cerimonie,
commemorazioni, inaugurazioni di lapidi e monumenti, intitolazioni
di strade e piazze alla memoria di Garibaldi. La più importante di
queste iniziative fu l'inaugurazione a Roma del monumento sul Gianicolo, che si tenne emblematicamente il 20 settembre 1895, nel
venticinquesimo anniversario di Porta Pia. Nella cerimonia, il
massone e capo del governo Francesco Crispi sproloquiò in un
enfatico discorso sul contributo fornito dalle forze laiche
all'unità.
Il Risorgimento appare così chiaramente come una tappa di quel
processo rivoluzionario e anticristiano che mira a scardinare «ogni
vincolo più sacro - come si legge in un articolo della Civiltà
Cattolica del 1852 - che lega uomo con uomo, nella Chiesa, nella
società, nella famiglia, per ricostruire l'umanità sotto una nuova
forma di totale servaggio in cui lo Stato sia tutto, e i capi della
sètta sieno lo Stato». Tra questi capi, Garibaldi, né eroe né puro
idealista ma avido calcolatore e cinico esecutore degli interessi di
un solo padrone, la Massoneria e la sua visione anticristiana del
mondo.

Note
1
Titolo originale Garibaldi, l'esoterismo e le sette. Scritto
reperibile alla pagina web
http://www.editorialeilgiglio.it/download.php?lng=it
Download - sezione «Documenti
di Storia».
2
Per le
notizie inerenti alle cariche massoniche ricoperte da Giuseppe
Garibaldi vedi A. A. Mola,
Storia della massoneria italiana, Bompiani, Milano 2001, pag.
66 e ss.; vedi anche anche A.
A. Mola, Garibaldi vivo, Antologia degli scritti con
documenti inediti, Mazzotta, Milano 1982;
A. A. Mola e L. Polo Friz,
I primi vent'anni di Giuseppe Garibaldi in Massoneria,
estratto dalla Nuova Antologia, f. 2143, luglio-settembre
1982, Le Monnier, Firenze. Per parte cattolica vedi invece
Epiphanius,
Massoneria e sètte segrete: la faccia occulta della storia,
Editrice Ichthys, Roma.
3
Cfr.
G. de' Sivo,
L'Italia e il suo dramma politico nel 1861, Editoriale Il
Giglio, Napoli 2002, pag. XII; introduzione di Silvio Vitale.
4 Ibid.,
pag. 70.
5
Ibid.,
pag.
21.
6 La Chiesa rispose con
le Istruzioni del 16 novembre e del 18 dicembre 1860 che
sancirono l'assoluta incompatibilità delle leggi sabaude con il
Magistero cattolico.
7
Le manifestazioni di odio religioso
durante il Risorgimento furono molteplici: veri e propri assalti a
convegni cattolici, processioni disperse dai militari, giovani
francescani incarcerati per renitenza alla leva, santuari e luoghi
di culto incendiati (cfr. M.
Invernizzi, I cattolici contro l’Unità d’Italia?, Ed.
Piemme, Alessandria 2002).
8
Cfr. A.
Pellicciari,
L'altro Risorgimento, Piemme, Casale Monferrato 2000, pagg.
264-265.
9
Per le citazioni di Garibaldi vedi G.
Garibaldi, Scritti
politici e militari. Ricordi e pensieri inediti, Voghera 1907.
10
Tale definizione risalirebbe alla costruzione del Tempio di
Gerusalemme ai tempi del re Salomone. Hiram, figlio di una vedova e
di un fabbro, fu ucciso perché si riteneva che fosse in possesso
della Parola Sacra. La Massoneria rappresenterebbe quindi la
«vedova», madre di Hiram.
11
Cfr. A. A.
Mola, op. cit.,
pag. 69.