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dossier del centro culturale san giorgio

titolo il massacro dei pellerossa

di Padre è. de Rougè s.j.  1

 

postato: 1º giugno 2022

ultima modifica: 5 agosto 2022

 

toro seduto

 

 

Prefazione

 

Una delle accuse più infamanti (e infondate) rivolte più spesso alla Chiesa cattolica e alle monarchie ad essa fedeli (le corone di Spagna e di Portogallo) è quella di essere responsabile dell'annientamento dei popoli che nel XV secolo abitavano l'America Latina (gli inca, i maya e gli aztechi).

 

La calunnia della «Leggenda Nera», perpetuata nel tempo dalle stampe protestanti e spesso anche ai nostri giorni sulla bocca dell'anticlericale di turno, trova una smentita non solo nei documenti delle cronache dell'epoca 2, ma anche nei tratti somatici indo-ispanici degli attuali abitanti del Perù, del Messico e degli altri Paesi dell'America Latina che furono teatro di quella grande epopea che fu l'evangelizzazione del Nuovo Mondo.

 

cristoforo colombo

 

I conquistadores, infatti, non solo non sterminarono gli indios, ma ne sposarono le figlie e - com'era loro consuetudine - non impedirono agli indigeni di ricoprire cariche importanti nell'amministrazione locale. Ben diversamente si comportarono gli yankee del Nord America, i quali perpetrarono realmente un terribile genocidio cancellando dalla Terra il popolo rosso, i cui pochi superstiti si aggirano ai nostri giorni come fantasmi o come fenomeni da baraccone all'interno delle poche riserve rimaste.

 

E mentre personaggi come gli esploratori spagnoli Francisco Pizarro (1475-1541) o Hernan Cortes (1485-1547) vengono sempre presentati dai media come avidi, spietati e sanguinari, quel potentissimo strumento di manipolazione mentale che è Hollywood non solo ha celato, ma addirittura esaltato l'eccidio dei pellerossa e creato un alone di gloria attorno a sinistri personaggi come l'affamatore di indiani Buffalo Bill (1846-1917) o il pioniere senza scrupoli (e massone) Davy Crockett (1786-1836).

 

francisco pizarro - hernan cortes

buffalo bill - davy crockett

 

D'altronde, come dimenticare che l'industria cinematografica americana ha inondato per oltre una cinquantina d'anni tutto il mondo con film propagandistici (i famosi western) in cui l'indiano malvagio e crudele insidia la serenità di pacifici coloni o si lancia all'inseguimento di un'innocua diligenza? Pellicole dirette da John Ford (1895-1973) come Ombre Rosse (1939) o Il massacro di Fort Apache (1948), hanno legittimato per decenni quella carneficina.

 

 

Per contro, si è dovuti attendere l'uscita nelle sale cinematografiche di film come Soldato blu (1970) o Balla coi Lupi (1990) perché anche il mondo della celluloide ammettesse la scomoda realtà storica.

 

 

Per quanto possa sembrare paradossale, la nascita di quella che secondo molti sarebbe la più grande democrazia del mondo coincide con il genocidio dei popoli che abitavano quelle terre. Guidati dalla lettura letterale della Bibbia (il «libero esame» protestante), e in particolare di quelle pagine del testo sacro relative alla presa di possesso della Terra Promessa, i coloni hanno creduto di essere i nuovi israeliti, mentre ai poveri amerindi è toccata la sorte degli amaleciti, degli ammoniti o dei cananei da sterminare senza rimorso.

 

Da allora la Storia non è cambiata di molto. Gli statunitensi - i «buoni» («arrivano i nostri»!) - continuano a fare la guerra ai «cattivi» (i vari Milosevich, Bin Laden, Saddam Hussein, Gheddafi, Hassad, Putin, ecc...), demonizzandoli per mezzo di massicce campagne mediatiche, e presentandosi allo stesso tempo come i salvatori del mondo e i paladini della libertà (purché questa «libertà» sia a stelle e strisce...).

 

 

Negli anni 1945-1946, tra le macerie della città tedesca di Norimberga si tenne lo storico processo a carico dei gerarchi nazisti accusati di crimini contro l'umanità. Tra i giudici della corte sedevano numerosi americani, discendenti di quei WASP che si macchiarono dello sterminio dei pellerossa. Ci chiediamo: a quando una Norimberga morale che condanni le atrocità narrate nelle pagine che seguono scritte alla fine dell'Ottocento da un coraggioso missionario gesuita?

 

In realtà, molti americani sono ben consapevoli del genocidio di cui si sono macchiati i loro padri e che la terra su cui abitano è frutto di una serie di inganni e frodi a danno dei nativi. Nel 1982, il regista Tobe Hooper girò il famoso film Poltergeist - Demoniache presenze. La trama: in un'abitazione di recente costruzione si verificano strani fenomeni paranormali, finché la piccola Carole Ann viene rapita dalla televisione... Alla fine della pellicola si scopre che la casa è infestata perché è stata edificata su di un cimitero indiano, un luogo considerato sacro e inviolabile dagli indiani.

 

  Paolo Baroni

 

 

L'indole dei pellerossa

 

Alcuni amici mi hanno insistentemente pregato di raccontar loro qualcosa del mio apostolato presso i poveri figli dei boschi. Riunisco in queste modeste pagine alcuni appunti che potrebbero risultare interessanti. Il mio racconto aiuterà molti a comprendere l'ammirevole opera del buon Dio nell'anima dei poveri indiani, così sconosciuti, così disprezzati e vittime della crudeltà dei loro nemici! Si vedrà la loro grande miseria: essa nasconde dei grande cuori che spesso ci danno grandi lezioni.

 

Il mio scopo non è di scrivere un'opera dotta, né uno studio approfondito: per far questo mi occorrerebbero del tempo e la conoscenza di molte cose. In fondo, non ho passato in quel paese selvaggio che sette anni! Non pretendo neanche di elencare ai miei lettori le numerose tribù indiane e descrivere le loro usanze; non parlerò che di questa zona degli Stati Uniti, il «Nord-Ovest», come lo chiamano, un piccolo angolo di mondo grande come parecchie volte la Francia.

 

Sono già state scritte diverse opere sulle Montagne Rocciose o sul Nord-Ovest. Alcuni racconti, come quelli di Padre Pierre-Jean De Smet s.j. (1801-1873), non possono essere di grande utilità per giudicare l'attuale situazione degli indiani; altri scrittori hanno pubblicato dei romanzi: essi forniscono solamente un'idea ancora più falsata dei selvaggi.

 

padre pierre-jean de smet

 

Infine, sono stati pubblicati alcuni libri che raccontano le avventure di numerosi stranieri in queste zone così interessanti: questi viaggiatori non si sono occupati degli indiani, né della loro situazione attuale. In queste poche note dirò ciò che ho visto dopo aver vissuto la stessa vita dell'indiano delle Montagne Rocciose. È duro e persino crudele sentire certi giudizi su questa creatura del buon Dio.

 

Spesso, il cuore del suo prossimo, sedicente civilizzato, non ha per l'indiano né pietà, né compassione. È il cristiano che parla quando l'americano vi dice freddamente che «il migliore indiano è un indiano morto»? L'americano crede che sia una gloria per il suo Paese l'aver ricacciato l'indiano ai limiti estremi delle frontiere, e un onore l'averlo quasi fatto scomparire! Parlando dell'indiano, l'epiteto «cane» è l'appellativo ordinario sulle labbra dell'americano.

 

Il «civilizzato» disprezza profondamente i selvaggi e in fondo anche il missionario che si dedica alla salvezza di questi abbandonati. E tuttavia, l'indiano, in particolare quello del Nord-Ovest, è naturalmente buono e mansueto. Non aveva nessuna intenzione di fare del male al bianco, quando il suo paese è stato invaso dallo straniero. Ma il bianco non si è presentato come un protettore, e si è innanzi tutto dichiarato nemico; non è venuto come civilizzatore, ma come omicida; non rispettando alcun diritto, né alcuna virtù; ladro e immorale, facendo risuonare le parole «civiltà» e «pace», ma cercando solamente la guerra e la dissolutezza.

 

apache

Sopra: Naiche, guerriero Apache, figlio di Cochis.

 

nord ovest usa

Sopra: i territori di Nord Ovest, cerchiati in rosso.

 

Grazie a così penosi esempi e a contatto con una tale corruzione, il carattere dell'indiano ha perso le sue qualità native e ha acquisito i difetti degli invasori. Il selvaggio, che gli uomini pretesi «civilizzati» cacciano come una bestia feroce, è così ospitale che chiunque si presenta alla porta della sua casa è certo di essere ricevuto come lo sarebbe nella casa del suo migliore amico. Il viaggiatore viene accolto cordialmente. Le donne gli preparano subito da mangiare, mentre gli uomini gli offrono da fumare.

 

Gli si fa raccontare le notizie dal paese da dove proviene. Egli è il giornale, è la posta: porta notizie tra gli indiani stranieri alla tribù e a quelli del campo che lo ricevono; quando riparte, lo si incarica di portare qualche messaggio ad un campo più lontano. Quando arriva la notte, il padrone di casa gli presta una coperta, se ne ha bisogno, e non si aspetta né un ringraziamento, né altra ricompensa che essere trattato allo stesso modo se, più tardi, si reca nella casa dello straniero.

 

nativo americano

Sopra: Capo Giuseppe (1840-1904), dei Nasi Forati.

 

Quante volte il viandante bianco è sfuggito alla morte grazie alla generosità dell'indiano. In contraccambio, il bianco ha corrotto il selvaggio. Per la sua opera infame, si è servito soprattutto dell'alcol. L'«acqua dei bianchi» è stata oggetto di un traffico più che vergognoso. Questo commercio pervertitore è sotto sorveglianza, ma con negligenza; e la debolezza nella repressione del crimine prova la connivenza dell'autorità con i colpevoli. Una volta trascinato nell'ubriachezza, l'indiano è molto difficile da correggere, e diventa terribile.

 

È il momento atteso per speculare sulla sua passione. Gli si fa scambiare un cavallo con una piccola bottiglia di acquavite; ciò che costa solamente un dollaro gli viene rivenduto venti volte più caro; il commerciante gli fa accatastare le sue pellicce molto prima di consegnargli la magra boccetta che ne sarà il prezzo. Indubbiamente, l'indiano è soggetto a tutte le debolezze dell'umanità; ma ben diretto e saggiamente consigliato, egli arriva ad una grande virtù.

 

alce nero

Sopra: Alce Nero (1863-1950), capo dei Dakota.

 

È docile come il bambino, di cui ricorda molto il carattere; è ponderato e si lascia convincere dal buonsenso. Talvolta, sorprende perfino per la sagacia del ragionamento profondo, che ha maturato durante le lunghe giornate e forse le lunghe notti. Si è detto che è pigro. È vero, l'indiano primitivo non si serviva delle sue braccia che per la caccia. Signore e padrone del più bel paese del mondo, poteva vivere senza lavorare. Poiché la natura gli procurava da se stessa ampie ricchezze, non conosceva la cultura dei campi.

 

Quando lo si è costretto nelle riserve, il figlio delle pianure e delle montagne ha dovuto condannarsi ad arare la terra per chiedergli il pane quotidiano. Non è senza dolore che ha lasciato le sue frecce e il suo calumet per prendere la zappa, e sbarazzato il suo cavallo della sella per attaccarlo all'aratro. Questa transizione dall'esistenza di cacciatore alla vita di agricoltore è stata molto faticosa per l'indiano. Non si cambia natura dalla sera alla mattina.

 

nativo americano

 

Mettere sul conto della pigrizia l'ispirazione naturale del selvaggio per la vita nomade è dunque un'ingiustizia. Di fatto, l'indiano civilizzato è molto industrioso, ed è un lavoratore coraggioso: le sue fattorie, le sue greggi e i suoi prodotti sono le migliori prove della sua attività intelligente. Anche oggi, sul fiume della Colombia, dei Cylans, e, più lontano, ci sono delle tribù intere di Coeurs-d'Alène che sono molto ricche: là, gli indiani sono ben accolti, nutriti e vestiti come i bianchi.

 

Si servono delle macchine agricole più perfezionate; abitano in case elegantemente dipinte e ammobiliate con comodi suppellettili. Tutti questi splendori sono il frutto del loro lavoro. Hanno acquistato tutto col loro denaro e senza nessun soccorso da parte del governo. I missionari li hanno abituati ai costumi della vita civilizzata, e gli indiani hanno provato che non sono - come si dice - ostinatamente pigri. Essi riescono bene quanto nessun'altra razza in tutto, purché si dia loro la vera civiltà e il tempo.

 

nativi americani

 

Gli americani hanno ammirato i risultati ottenuti dalla capacità di alcune tribù, e sono stati costretti a rendere giustizia, almeno una volta, a questi poveri disprezzati, che avevano trattato come animali, per spogliarli senza pietà. La Provvidenza ha dato all'indiano un'intelligenza pratica che gli ha permesso di mettere gli elementi al suo servizio con un'accortezza e un'abilità sorprendenti. Per convincersene, basta guardare le barche di corteccia, intrecciate mirabilmente, con cui risalgono le correnti più rapide e affrontano le tempeste.

 

I disegni che hanno inventato per decorare i loro abiti manifestano il loro gusto originale. Sono di una destrezza incomparabile per domare e addestrare i cavalli selvaggi. Quando devono sostenere l'assalto delle bestie feroci, mostrano un sangue freddo che i bianchi saprebbero solamente ammirare, non potendo sempre imitare tanto coraggio. Negli esercizi dello spirito non sono meno abili. Frequentano le nostre scuole, e quante volte l'indiano, messo accanto ai bambini dei bianchi, è diventato il migliore della classe!

 

nativi americani

 

Per parecchi anni, ho insegnato alla gioventù delle montagne, bambini bianchi mescolati ai giovani indiani, e spesso ho visto il pellerossa apprendere tutte le lettere in due lezioni, tanto da essere in grado poi, con il libro in mano, di insegnarle ai piccoli bianchi seduti vicino a lui. Il loro spirito è portato allo studio sia delle scienze che delle lettere. Gli ispettori governativi sono stati obbligati ad ammettere che la matematica non si apprendeva meglio nelle scuole dei bianchi.

 

Si dia una cultura morale e religiosa agli indiani ed essi non saranno in nessun campo inferiori agli altri uomini; ma il contatto dei bianchi rende ancor più necessaria l'abnegazione del missionario alla causa della salvezza delle loro anime. Nell'America del Sud-Ovest, il selvaggio è diventato feroce, aggressivo, perché anziché formarlo alla vita sociale, lo si è braccato e depredato, quando non lo si è corrotto e istupidito. Tutti i dettagli che riporterò saranno una spiegazione e una conferma di ciò che sostengo. Non ho parlato del profondo rispetto che queste popolazioni hanno per l'autorità, segno di un vero ed eccellente carattere.

 

capo indiano

 

Il capo della tribù ha il potere di un re; potere ereditario per principio e nel più grande numero delle tribù. Non c'è eccezione nella pratica. È un'autorità paterna, o per meglio dire patriarcale. È raro che il capo punisca: quando c'è un errore, il colpevole viene convocato, e il capo, mediante la sua parola, deve convincerlo. Conquistato dall'eloquenza pittoresca e originale del capo, il criminale si sottomette e ripara alla sua colpa.

 

Questo rispetto per l'autorità, il bianco l'ha compromesso, e talvolta distrutto, dando l'esempio dell'insubordinazione, non obbedendo che quando è costretto dalla forza, cedendo solamente alla paura del castigo. Sentendo che l'unione degli inferiori con i capi dava agli indiani un temibile vigore nella difesa dei loro diritti, i bianchi hanno lavorato per distruggere l'autorità nelle tribù impossessandosi dei capi. Esso era ed è tuttora il programma degli agenti del governo.

 

toro seduto

Sopra: il grande Toro Seduto

(1831-1890), capo dei Sioux.

 

Anziché servirsi del potere dei capi, di convincerli amorevolmente a condividere le loro vedute, di servirsi della loro autorità, gli agenti del governo statunitense fanno di tutto per rendere l'indiano individualmente indipendente. Quando ci sono riusciti, i vincitori si sono sostituiti ai capi; ma poiché essi non saprebbero ispirare alcun rispetto, stabiliscono necessariamente un impero di terrore. Come potrebbero gli indiani provare qualche sentimento di deferenza per i rappresentanti del governo che fa loro delle promesse e non le mantiene, che li lascia morire di fame invece di distribuir loro i soccorsi e le provviste accordate da Washington?

 

Che uomini! Ma mi fermo qui: la storia delle loro frodi sarebbe troppo lunga. Intelligente per dono di Dio e rispettoso per tradizione, l'indiano è anche molto religioso per carattere. Da sempre egli ha creduto in un Dio creatore e l'ha chiamato «Colui che ha fatto», Kolinzuten, parola derivata del verbo «kolem», che significa «fare».

 

I nostri selvaggi cattolici raccontano ancora la storia di tale o tal'altro anziano pagano dai capelli bianchi che pregava dicendo: «Mio Creatore, non so dove sei, né chi sei, ma ti prego». Prima di mangiare, l'indiano offre il suo cibo a Colui che ha creato tutto, dicendo: «Padre mio, sei tu che mi hai dato ciò che mangio».

 

indiano prega

Sopra: indiano prega il Grande Spirito.

 

Ecco il suo semplice Benedicite 3. Va anche a pregare sulle montagne più alte, quasi a voler essere più vicino a «Colui che ha fatto» e digiuna per parecchi giorni quando ha qualche grazia da ottenere. Egli chiede anche il favore di diventare stregone. È vero che la stregoneria lo trascina spesso nella superstizione, ma in essa si ritrova l'idea ben chiara che l'indiano ha di Dio e il suo bisogno innato della preghiera. Che cosa c'è dunque di stupefacente se gli indiani del Nord-Ovest accolsero con rispetto e fiducia le «vesti nere» (i sacerdoti)?

 

Il campo era già stato preparato: il prete cattolico doveva solamente seminare. La vera religione, dove poté essere predicata, cambiò facilmente questi cuori naturalmente onesti in cuori sinceramente cristiani. L'opera della civilizzazione degli indiani si sarebbe potuta avverare senza spargere il loro sangue. Occorreva la croce e non la spada a queste nature aperte e pronte a baciare la verità. Gli indiani chiedevano solamente la verità cattolica.

 

missionario gesuita

Sopra: missionario gesuita tra gli irochesi.

 

Ahimè! Quando non li si è massacrati, troppo spesso si è insegnato loro l'errore. I bianchi non favorirono affatto l'opera sublime dell'apostolato cattolico. Essi vennero seminando l'incredulità, o professando ogni tipo di falsità, predicando religioni in contraddizione le une con le altre. Si burlarono del Robe-Noire (il sacerdote) per distruggere la sua influenza.

 

Inoltre, più di una volta, dopo aver tentato di stabilire la preghiera eretica in certe tribù, non incontrando successo, i predicatori protestanti abbandonarono per sempre il loro compito, lasciando dietro di sé degli spiriti disgustati, indifferenti e senza la fede. Ecco come le belle qualità dell'indiano sono state messe al servizio del male e dell'errore.

 

missionari francescani

Sopra: missionari francescani all'opera.

 

Americani, ecco la vostra opera! Avete rovinato fisicamente e moralmente queste creature fatte per la verità e per la virtù. E per incoronare dignitosamente la vostra impresa, vi burlate delle disgrazie delle vostre vittime e abbandonate questi poveri figli dei boschi. Oltre a ciò, avete chiesto il loro annientamento. Avete lavorato a questo fine con rabbia: questi infelici sono la vostra condanna vivente!

 

La guerra agli indiani

 

Dopo questo quadro, o piuttosto questo abbozzo del carattere dei selvaggi, veniamo al racconto assai triste della guerra a morte che gli americani hanno loro dichiarato. Fatti spaventosi, troppo veri, ahimè! È difficile per un uomo estraneo ai costumi americani, e soprattutto ad un europeo, comprendere o persino immaginare che una nazione possa rendersi colpevole di una tale brutalità, e dimenticare su questo punto i basilari principî della giustizia.

 

Si è cercato di distruggere le tribù del Nord-Ovest come si eliminano gli animali dannosi; al popolo americano sembra che la civiltà sarà incompleta finché un solo indiano vivrà sul suolo degli Stati Uniti. In America, ci si affretta con premura in ogni specie di imprese. L'orgoglio nazionale ha la sua grande parte in questa febbrile attività.

 

imperialismo usa

 

Sognando un impero universale, l'americano si sente ferito dall'idea di dover condividere il territorio con il selvaggio. Per l'americano, la convivenza con il pellerossa sembra avvilente. Il grido della giustizia echeggia forte nelle sue orecchie per dirgli: «Questo territorio, l'avete rubato agli indiani. Essi hanno almeno il diritto di vivere». Ma di fatto, si riconosce loro solamente il diritto di morire e di farlo al più presto. Civilizzare l'indigeno avrebbe richiesto troppo tempo; non c'era il tempo, o meglio non si voleva affatto civilizzarli. Massacrare e annientare è sembrato il metodo più semplice e più immediato.

 

imperialismo americano

 

Ciò nonostante, non tutti i vincitori hanno adottato questa dottrina radicale e sanguinaria; l'indiano ha trovato tra essi alcuni difensori. I giornali stessi si sono fatti, di tanto in tanto, i portavoce della giustizia. The Chamber of Commerce 4, un giornale statunitense, rivendicava ancora, recentemente e con grande energia, il diritto degli indiani ad una maggiore clemenza.

 

Esso ha citato i documenti e i fatti seguenti per provare le ingiustizie messe in atto dal governo degli Stati Uniti. Innanzi tutto, la schiacciante ammissione del famoso Generale William Selby Harney (1828-1889). Questo ufficiale, durante la riunione di un comitato governativo, aveva pronunciato queste parole:

 

«Ho vissuto su questa frontiera per cinquant'anni. Non ho mai conosciuto un solo esempio di guerra tra noi e gli indiani in cui le tribù non fossero nel loro diritto».

 

generale william selby harney

 

Commosso, naturalmente, da un'accusa proveniente da così in alto e formulata dall'uomo meglio informato dei fatti, il giornale aggiungeva:

 

«Il resoconto redatto sui rapporti della Federazione americana con l'indiano dev'essere pubblicato. Non si può tenere nell'ombra tanta frode inqualificabile, tanto disprezzo per le vittime, tanta crudeltà e tanto sangue versato. La nazione è rimasta per troppo tempo indifferente di fronte a questi abusi. Questo resoconto rivela dei fatti vergognosi e inqualificabili. Parecchi dei Generali dell'Esercito regolare si sono macchiati d'infamia. E la nazione, mediante la sua partecipazione attiva ai massacri compiuti a sangue freddo, con il tradimento e con un'insigne vigliaccheria, ha disonorato i suoi annali. La Storia metterà questi uomini alla berlina».

 

Se il lettore esita a credere ciò che avanziamo, che legga i dettagli che stiamo per riportare. Sono solamente alcuni fatti emergenti della storia degli indiani durante questi ultimi trent'anni. Durante gli anni 1852, 1853 e 1854, il governo fece la guerra ai Sioux. È quasi incredibile, e tuttavia perfettamente provato che questa guerra non ebbe altra causa che una mucca smarrita da un emigrante mormone.

 

Una carovana di mormoni passava nel paese dei Sioux, diretta nello Utah. Essi smarrirono una mucca. Gli indiani la trovarono e l'abbatterono; la mucca fu mangiata. Gli indiani vivevano in pace e senza rimorso, quando i mormoni scoprirono qual'era stata la sorte dell'animale perduto. Essi si lamentarono all'ufficiale che comandava Fort Laramie.

 

fort laramie

Sopra: Fort Laramie, nel Wyoming.

 

Un tenente e alcuni uomini furono mandati per chiedere che la mucca fosse restituita. Gli indiani offrirono di pagarla, ma l'ufficiale rifiutò ogni indennità. Egli voleva che gli si consegnasse colui che aveva ucciso la mucca. Gli indiani dichiararono che non potevano soddisfare una simile esigenza. Ciò che avvenne in seguito ha dell'incredibile. Senza ulteriori trattative, l'ufficiale diede l'ordine ai suoi uomini di aprire il fuoco, e il capo della tribù dei Sioux cadde morto.

 

Esasperati, gli indiani accerchiarono i soldati e li massacrarono. Fu il principio di una guerra durata tre anni e che costò la vita a molti soldati. Il governo spese 35 milioni di dollari per sostenere questa lotta sanguinosa che non ebbe per risultato che aumentare l'odio dei bianchi verso gli indiani.

 

La situazione di questi infelici selvaggi andò sempre peggiorando; ogni giustizia venne loro rifiutata. Nel 1851 5, all'epoca della grande emigrazione di questi poveri perseguitati verso la California, poiché dovevano attraversare l'Indian Territory, bisognò stipulare con essi un trattato.

 

Esso fu concluso a Fort Laramie nel settembre del 1851, tra i Sioux, i Dakota e altre tribù e gli Stati Uniti. Il governo di Washington si era impegnato a pagare a questi indiani la somma annua di 50.000 dollari per cinquant'anni. Senza avvertire gli indiani, il Senato cambiò le disposizioni del trattato e limitò a dieci anni il pagamento della somma annua. Questo cambiamento fu la causa di una nuova lotta. La malafede degli americani portò così la guerra di Powder-River.

 

Per porre termine ai continui conflitti, venne formata una commissione governativa. I Generali William Tecumseh Sherman (1820-1891), Harney, Alfred Howe Terry (1827-1890) e Christopher Columbus Augur (1821-1898) la composero insieme a parecchi rappresentanti civili. I commissari ebbero la lealtà di dichiarare che il governo, con il suo raggiro, era la causa della guerra. Dopo numerose trattative tra i rappresentanti del governo e gli indiani, si giunse ad un nuovo trattato.

 

generali sherman, terry, augur

 

Esso garantiva agli indiani il diritto di cacciare nelle pianure di Powder-River e prometteva protezione agli indiani nomadi 6. Queste promesse solenni restarono sulla carta, e gli americani, in spregio a tutti i giuramenti, non protestarono affatto contro l'ordine ingiusto e arbitrario, dato il 29 giugno 1865 dal Generale Philip Henry Sheridan (1831-1888), e di cui ecco i termini:

 

«Finché sono nelle loro Riserve, tutti gli indiani sono sotto il controllo dell'agente governativo. L'Esercito non si intrometterà fino a quando l'agente chiederà il suo concorso. Al di fuori dei limiti della Riserva essi sono esclusivamente sotto la giurisdizione militare, e devono essere regolarmente considerati come in stato di ostilità».

 

generale philip henry sheridan

 

Questo ordine brutale costituiva una flagrante violazione delle convenzioni. Secondo i termini del trattato, il diritto di cacciare sulle terre, all'infuori della Riserva, era riconosciuto agli indiani. Anziché intervenire e fare rispettare i diritti dell'oppresso, il Congresso, in una sessione precedente, aveva preparato tutto per l'esecuzione di quest'ordine promulgato poco dopo, stanziando 200.000 dollari per le spese di installazione della settima di trenta stazioni militari create per dare la caccia agli indiani nomadi.

 

Invece di accordare la protezione promessa, ci fu la persecuzione e il massacro! Difatti, nonostante tutti gli impegni presi, nel 1874 il Generale George Armstrong Custer (1839-1876) organizzò una spedizione sulle Colline Nere. La buona fede dovette cedere alla cupidigia. Sembra che in quel luogo fosse stato trovato dell'oro. Il governo non resistette alla tentazione e scatenò la guerra laddove aveva promesso di fare regnare la pace.

 

generale george armstrong custer

 

Gli ufficiali e gli uomini del governo confessarono l'evidente reato; e, parlando delle ostilità di questa campagna, il Report of the Sioux Commissioners («Rapporto dei Commissari Sioux») 7 si conclude con queste parole:

 

«Quanto ai risultati di questo anno di guerra, non desideriamo parlarne. Temiamo che quando altri esamineranno alla luce della Storia gli intrighi dell'Esercito, non rinnoveranno la protesta dell'ufficiale che scrisse queste parole nel rapporto del 1868: "I risultati di questa campagna provano ad ogni uomo ragionevole che questa guerra era stata inutile e dispendiosa". Per chi rifletterà sui fatti, dopo aver preso conoscenza, la guerra era più che inutile e dispendiosa; essa fu disonorevole per la nazione, e una vergogna per coloro che la comandarono».

 

Sopra: il 26 giugno 1876, a Little Bighorn, parecchi indiani Sioux, Cheyenne e Arapaho inflissero una cocente sconfitta al 7º Cavalleria comandato dal Generale Custer, un uomo ambizioso in cerca di gloria, che rimase ucciso insieme a quasi trecento dei suoi soldati.

 

Agli autori di questo rapporto bisogna almeno riconoscere il merito della franchezza, e c'è qualche grandezza nel riconoscere i proprî torti. Ma non tutti gli americani hanno la stessa lealtà; anzi, essi cercano di cancellare, avvalendosi di teorie assurde, le macchie di sangue di cui li hanno coperti le vittime massacrate. Essi uniscono così il cinismo alla ferocia. Ecco un triste esempio.

 

Nel gennaio del 1867, il Joint Congressional Commitee on Indian Affairs («Comitato Congressuale Congiunto per gli Affari Indiani»), dopo lunghe investigazioni, si oppose a che The Indian Bureau (l'«Ufficio Indiano») fosse trasferito al dipartimento di Guerra. A questo scopo si servì delle informazioni e si rivolse a diversi personaggi, tra cui James Henry Carleton (1814-1873), Generale di Brigata, e al Commendry Department New-Mexico. Dopo avere risposto, fornendo numerose ragioni che spiegavano la mortalità e la scomparsa degli indiani, il Generale Carleton aggiunse:

 

«Dio onnipotente fa nascere le cause, quando al tempo stabilito vuole che una razza di uomini (come una razza di meschini animali) sparisca dalla faccia della terra e lasci il posto ad un'altra razza. È come un grande cerchio tracciato da Lui; ma le Sue ragioni d'agire sono troppo profonde affinché si possa comprenderle. Le grandi razze di mammut e il mastodonte, così come i grandi fannulloni, sono venuti e sono passati; l'uomo rosso d'America passa e sparisce».

 

generale james henry carleton

 

Questo stesso ufficiale presentò il suo rapporto particolare 8 che consiste soprattutto in corrispondenze con il Comitato. Egli parla delle sue relazioni con gli indiani, delle guerre che ha sostenuto contro di essi, della sua giurisdizione ufficiale, da lui controllata, e aggiunge:

 

«Se vi segnalo questo rapporto, che è il racconto di oltre tre anni di pene e di lavori, è soprattutto a causa degli indiani; perché non provo io stesso a questo riguardo alcuna vergogna».

 

Vediamo di quali atti questo Generale dice di non dovere arrossire. Da notare che questa corrispondenza, dissotterrata dopo parecchi anni, avrebbe potuto rimanere sepolta negli incartamenti del Dipartimento della Guerra. Ma questo ufficiale, trascinato da uno straordinario desiderio di far conoscere le sue «prodezze» e di figurare sui giornali, ottenne dal Comitato la diffusione del suo rapporto. Ecco come quest'uomo bianco si mise all'opera per aiutare la Provvidenza a fare sparire al più presto l'uomo rosso:

 

«11 ottobre 1862. Confidenziale. Lettera al Colonnello J. R. West. "Non bisogna avere nessun rapporto con gli indiani, né concludere alcuna trattativa. Gli uomini devono essere massacrati, non importa quando, e ovunque li si trova”».

 

«12 ottobre 1862, al Colonnello Carson: "Farete la guerra ai Mascalaros e a tutti gli altri indiani che troverete nel paese dei Mascalaros, e questo fino a nuovo ordine. Tutti gli uomini indiani devono essere uccisi ovunque li troverete [...]. Se gli indiani inviano un drappello di ostaggi e chiedono di parlamentare per fare la pace, dite loro che non avete il potere di fare la pace e che siete lì per ucciderli, ovunque li troverete"».

 

massacro bear river

Sopra: il 29 gennaio 1863 più di 500 indiani Shoshone

furono massacrati a Bear River dalla cavalleria statunitense.

 

«10 aprile 1863. Il generale Carleton dà delle istruzioni all'ufficiale in capo di Fort Stanton. Ecco come sono concepite: "Che prenda le sue misure per fare massacrare ogni Mescalero che si incontrerà lontano o vicino al Forte"».

 

«13 maggio 1863. Carleton scrive al Generale Halleck: "Se avessi a disposizione un buon reggimento in più da unire a questa fanteria della California composta da minatori, lo invierei nella regione del Gila. Mentre sterminerebbe gli indiani, che sono un flagello per il Nuovo Messico, proteggerebbe le persone che potrebbero desiderare di andare ad occupare questa contrada"».

 

«5 giugno 1863. Disposizioni al Colonnello West di "camminare con grande precauzione, senza far rumore, né trombe, senza parlare ad alta voce, senza sparare colpi di fucile, eccetto che in battaglia; di camminare in silenzio e soprattutto, durante la notte, di non accendere nessun fuoco e di uccidere tutti gli indiani, uomini, che riuscirà a trovare.

 

Sopra: indiani pregano insieme ai loro missionari sulla fossa comune che raccoglie i resti mortali di 290 tra donne e bambini uccisi senza una ragione dall'esercito statunitense in una scuola.

 

«16 agosto 1863, al Colonnello Riggs: "Occorre che le truppe vadano all'inseguimento degli indiani [...] in piccoli gruppi, camminando furtivamente verso le loro tane, restando pazientemente in attesa; o anche seguendo le loro tracce, giorno per giorno, con la risoluzione di non abbandonare mai l'impresa [...]. Quando un cacciatore insegue il cervo, prova ogni tipo di astuzia per arrivargli a portata di tiro. L'indiano è un animale più sveglio e più astuto di un cervo».

 

massacro indiani

 

Ecco di che cosa il Generale Carleton dice non dovere arrossire 9. Questi sono i documenti che rivelano la feroce tattica messa in atto dagli ufficiali dell'Esercito americano. Vediamo ora come eseguirono le istruzioni ricevute. I fatti che andiamo a riportare furono oggetto di un'inchiesta molto seria ordinata dal Congressional Commitee.

 

Il rapporto ufficiale che ne pubblicò i risultati e i documenti aggiunti al rapporto, ci fanno delle strazianti rivelazioni. Durante l'estate dell’anno 1864, il governatore del Colorado invitò tutti gli indiani amici, con il pretesto di evitare le ostilità, a recarsi presso determinati forti. Là - diceva - avrebbero trovato protezione e provviste. Quasi seicento Cheyenne si recarono presso Fort Lyon e si affidarono al Maggiore Collay. Restarono al forte fino al 28 novembre.

 

Si comportarono così ragionevolmente e furono così pacifici, che il Maggiore Anthony, che era stato mandato lì per attaccarli, si ritirò, rifiutandosi di massacrarli e li incoraggiò a restare al Sand Creek. Gli indiani seguirono questo consiglio. Mentre erano a Sand Creek, un certo John M. Chivington (1821-1894), che era stato Colonnello del 3º Reggimento di Cavalleria, partì in spedizione con un migliaio di uomini per dare la caccia agli indiani.

 

generale chivington

 

Arrivò a Fort Lyon il 28 novembre. Si capì subito che aveva dei progetti ostili contro i selvaggi accampatisi a Sand Creek. In quel momento, la maggior parte degli uomini della tribù erano assenti; al campo non c'erano che le donne, i vecchi e i bambini. Appena le cattive intenzioni di Chivington furono note, tutti, soldati e civili, lo denunciarono al Forte. Lo si avvertì delle disposizioni pacifiche degli indiani, ed egli seppe che questi erano venuti a Fort Lyon su invito del Governatore.

 

Malgrado ciò, quest'uomo perfido e crudele attaccò, la notte seguente, il campo indiano e massacrò i vecchi, le donne e i bambini, in numero di circa settanta. I soldati non si accontentarono di ucciderli; si dedicarono ad ogni tipo di atrocità, mutilando i corpi con efferata barbarie. I dettagli di questi orrori, confermati da numerosi testimoni, non potrebbero essere descritti. Chivington era la causa diretta di queste infamie. Il Maggiore Edward Wanshear Wynkoop (1836-1891) ha attestato che egli eccitò le truppe al massacro, incitandoli

 

«con il suo linguaggio alle più abominevoli passioni, spingendoli a commettere degli oltraggi diabolici, sebbene sapesse, senza dubbio, che questi indiani erano stati assicurati della protezione del governo. "Sono io - continua il Maggiore Wynkoop - che avevo dato loro questa assicurazione, e il Maggiore J.- J. Anthony l'aveva rinnovata". Questo mostro disumano, quando commise queste atrocità, non era più di un semplice cittadino; il suo mandato era terminato e aveva perso il suo comando alcuni mesi prima».

 

maggiore edward wanshear wynkoop

 

massacro sand creek

Sopra: il massacro di Sand Creek.

 

Un altro testimone assicura che

 

«durante il massacro vide tre donne e cinque bambini, fatti prigionieri, che il Tenente Richmond uccise personalmente, togliendo loro la pelle del cranio mentre questi infelici lanciavano delle grida, chiedendo pietà».

 

sand creek

 

Questi orribili dettagli vennero riportati ufficialmente al Congresso. Che cosa fece il Federal Executive? Nulla. Quale misura prese il Congresso? Secondo l'uso, si mise subito in grande movimento. Esso formò un comitato; a sua volta, questo organismo creò un sottocomitato. Il sotto-comitato assunse degli avvocati, viaggiò, e accumulò molte spese alberghiere.

 

La tipografia del governo stampò molti volumi contenenti rapporti insignificanti e indigesti. Alla fine, il Congresso rinviò la questione e tutto ebbe fine. Ancora oggi questo massacro resta impunito; nessuno - né Chivington né Richmond - venne punito. Non ci fu nessun seguito, nessun risultato. A dire il vero mi sbaglio: queste crudeltà ebbero come risultato altri due anni di guerra, nuovi massacri di indiani, interi villaggi devastati, e - gravando sulle tasche dei contribuenti americani - una nuova spesa di trentacinque milioni di dollari.

 

Alcuni anni dopo, questa nuova guerra fu seguita da una lotta non meno sanguinosa. In un rapporto presentato alla Camera dei Rappresentanti, l'Ufficio Indiano descrisse uno degli episodi più vergognosi di questi combattimenti fratricidi:

 

«Nell'aprile del 1867, i Cheyenne, che erano in pace dopo il trattato del 1865, occupavano le terre che erano state loro assegnate dal trattato, quando un distaccamento militare, sotto gli ordini del Generale Hancock, senza alcuna provocazione da parte degli indiani, appiccò il fuoco a 300 tende degli amici Sioux, contenenti tutte le loro provviste, i loro vestiti, i loro utensili e tutto ciò che possedevano queste povere persone; il tutto per un valore di circa 100.000 dollari. La conseguenza di questa inconsulta aggressione fu un'altra guerra di due anni, la morte di più di 300 soldati e una spesa pari a quaranta milioni di dollari» 10.

 

7º cavalleria

 

Se questi spaventosi massacri fossero un'eccezione, potremmo mettere in dubbio che siano stati l'effetto di un piano generale condotto con un'abilità e una crudeltà infernali. Ma essi furono tantissimi e si ripeterono ovunque c'erano degli indiani. Nell'autunno dell'anno 1868, il Generale Sheridan mise le sue truppe in marcia per punire gli indiani che si erano stabiliti sui fiumi di Saline e Salmon, nel Kansas.

 

Anziché castigare i colpevoli, il Generale Custer, inviato sul posto, attaccò i primi indiani che incontrò sul suo cammino che non c'entravano nulla. Essi vivevano nel villaggio guidato da Black Kettle («Caldaia Nera»; 1813-1868), e intrattenevano dei buoni rapporti con il governo; erano ciò che si definisce «indiani amici». I soldati fecero una vera carneficina. Ecco i fatti nel dettaglio. Li prendiamo in prestito da una lettera scritta nel gennaio del 1869 dal Colonnello Wynkoop al Commissioner. Scrive questo ufficiale:

 

«Sono perfettamente al corrente del clima che regnava da Black Kettle, al momento dell'attacco al villaggio. Gli indiani non erano affatto ostili».

 

black kettle

 

Dal canto suo, il sovrintendente Murphy scrisse il 4 dicembre 1868:

 

«Ho letto sui giornali il rapporto del Generale Sheridan su ciò che definisce "l'apertura della campagna contro gli indiani ostili". Ciò che asserisce fa male al cuore. Chi sono gli indiani attaccati e massacrati dal Generale Custer e dalle sue truppe? È la tribù di Black Kettle, il cui capo è amico dei bianchi, il più sincero e il più devoto tra tutti gli indiani delle pianure».

 

Il Generale Sheridan scrisse nel suo rapporto:

 

«Gli indiani hanno lasciato sul campo di battaglia 103 guerrieri, ivi compreso Black Kettle stesso, il cui scalpo è nelle mani di una delle nostre guide Osage. Abbiamo catturato 875 cavalli e distrutto tutto ciò che gli indiani possedevano, e ora abbiamo tra le mani, come prigionieri di guerra, 153 donne e i loro figli».

 

Ed ecco come gli americani trattano gli «indiani amici»! Non un solo guerriero prigioniero; tutti uccisi! Le loro donne e i loro bambini massacrati, salvo un piccolo gruppo! È semplicemente orribile! Ma continuiamo questa sanguinosa storia che grida vendetta al cospetto del Cielo. E passiamo nel Montana, ai fatti accaduti nell'anno 1869. Le ostilità cominciarono su ordine del Governatore Thomas Francis Meagher (1823-1867).

 

thomas francis meagher

 

Senza aver ricevuto alcun ordine, Meagher riunì mille uomini, promise loro tutto ciò che avrebbero potuto saccheggiare e una buona ricompensa per ogni scalpo di pellerossa. Gli indiani Bloods e Piedi Neri erano amici dei bianchi, come d'altronde lo erano i Piégans, ad eccezione della banda di Capo Montagna (1848-1942) che si era preso una rivincita sui briganti comandati da Meagher e che poi si era ritirato verso il Nord del Canada. I rapporti ufficiali del Generale Alfred Sully (1821-1879), del Luogotenente Pease e del Generale Régis Dénis de Tobriand (1816-1897) manifestano le intenzioni pacifiche dei Bloods e dei Piedi Neri.

 

capo montagna - alfred sully - régis dénis de tobriand

 

Il 21 ottobre 1869, non appena il Generale Sheridan ebbe tra le mani i rapporti di questi ufficiali così favorevoli ai Bloods e ai Piedi Neri, chiese il permesso di inviare una spedizione contro Capo Montagna della tribù dei Piégans. Disse che il momento più favorevole per attaccare sarebbe stato intorno al 15 gennaio, perché in quel periodo dell'anno gli indiani sono con le scorte agli sgoccioli, «e se il luogo che occupano non è lontano da Shaw e da Ellis, saremo in grado di dar loro una bella lezione».

 

Nel novembre del 1869, il Generale Sherman approvò il progetto di Sheridan e incaricò il Generale Winfield Scott Hancock (1824-1886) di eseguirlo, aggiungendo con tutta la sua autorità che bisognava attaccare «qualunque indiano dei Piedi Neri che avesse potuto prendere parte agli omicidi e ai furti commessi nel Montana».

 

generale winfield scott hancock

 

A quell'epoca, i Piégans comandati da Capo Montagna erano passati nel Canada, ma occorrevano delle vittime. Non potendo raggiungere Capo Montagna, gli americani piombarono sui primi indiani che incontrarono. Il primo villaggio attaccato fu quello di Capo Orso e Corno Rosso. Questi poveretti soffrivano in quel momento di una terribile epidemia di vaiolo.

 

capo orso - corno rosso

 

Essi pensavano solamente a difendersi da quel flagello, senza sapere che incombeva su di loro un pericolo ancor più grande. Furono presi di sorpresa e le loro tende vennero bruciate; 173 abitanti del villaggio, uomini, donne e bambini, furono massacrati dai soldati del Colonnello Eugene Baker.

 

colonnello eugene baker

Sopra: il Colonnello Eugene Baker

(indicato dalla freccia rossa).

 

Cento donne e bambini, di cui un certo numero aveva il vaiolo, furono abbandonati nel bel mezzo delle praterie a gelare, essendo il termometro sceso di parecchio sotto lo zero. Il Colonnello, autore di queste «prodezze», sapeva benissimo di non avere a che fare con gli indiani di Capo Montagna, perché scrisse nel suo rapporto: «Camminavo sul campo di Capo Montagna, che si diceva fosse distante quattro miglia. Trovai sulla mia strada sette accampamenti». Egli non disse ciò che fece degli indiani che abitavano in questi accampamenti. Ma Pease, in un rapporto ufficiale al Generale Sully, entrò nei dettagli facendo un censimento delle vittime:

 

«I 173 indiani uccisi sono così classificati: trentatre uomini, di cui quindici uomini tra i quindici e i trentesette anni e dieci uomini tra i trentasette e i sessant'anni; otto tra i venti e i settant'anni. Inoltre, novanta donne, di cui trentacinque tra i dodici e i trentasette anni; cinquantacinque tra i trentasette e i settant'anni; infine, cinquantacinque bambini al di sotto dei dodici anni. Erano due mesi che il campo soffriva di vaiolo».

 

fossa comune wounded knee

Sopra: fossa comune di indiani

massacrati a Wounded Knee.

 

Quest'ultimo dettaglio prova con certezza che questi indiani non erano della banda di Capo Montagna, e che lo si sapeva. Dunque, non si trattò di un errore. Quando questa inqualificabile carneficina divenne di pubblico dominio, i giornali stessi gridarono allo scandalo, ma non si diede loro ascolto. Nessun rimprovero, nessun biasimo, nessuno risarcimento. Cosa c'era di così stupefacente? Nel 1866, il Generale Sherman scrisse nelle sue Indian Views:

 

«Dobbiamo agire energicamente contro i Sioux, fino al loro sterminio: uomini, donne e bambini. Nessun'altra misura risolverebbe la questione definitivamente».

 

Sherman ha fatto scuola, ma la crudeltà delle sue «vedute» a proposito della questione indiana è stata superata dal Generale Edward Ord (1818-1883). Secondo l'Army-Register, nel gennaio del 1869, in Arizona non c'era nessun soldato. Non si sentiva il bisogno della loro presenza, sebbene il numero degli indiani fosse considerevole.

 

generale edward ord

 

A settembre dello stesso anno, il Generale Ord scrisse nel suo rapporto annuo che in questa contrada, sotto il suo comando, c'erano 2.200 uomini, e che questa truppa sarebbe costata al governo tre milioni di dollari l'anno. Egli aggiunse: «Le ostilità sono proseguite per poter proteggere gli abitanti, la cui maggior parte vive solamente grazie alla guerra». Benché questi indiani fossero molto pacifici, Ord mise in atto il suo piano di sterminio e fece questa cinica confessione:

 

«Ho incoraggiato le mie truppe a catturare e a distruggere con tutti i mezzi la tribù degli Apache; a cacciare gli indiani come animali selvaggi. I soldati se la sono cavata discretamente. Secondo il mio ultimo rapporto, più di 200 indiani sono stati uccisi: la maggior parte dalle truppe li ha braccati senza sosta in fondo alle montagne, attraverso la neve e i precipizi, aspettandoli di giorno e cacciandoli di notte. Parecchi villaggi sono stati incendiati. Molte persone della frontiera considerano gli indiani come parassiti che si deve far sparire ovunque si trovino. Gli Apache hanno pochi amici e nessun agente, credo. Quando chiedono delle notizie, gli ufficiali stessi non sanno che dir loro. Non c'è nessun piano di condotta a riguardo di questi indiani, se non che l'opinione generale è che bisogna ucciderli. Stimo questa idea buona, se vogliamo arrivare allo sterminio» 11.

 

massacro degli apache

 

Ecco i bei fatti d'arme di un ufficiale che sapeva che le tribù vivevano in pace, che le sue truppe non erano necessarie alla tranquillità del paese, e che spinse i suoi soldati alla carneficina. Queste confessioni, se non rivelano l'esistenza di un piano di sterminio convenuto, nondimeno manifestano i sentimenti della maggioranza degli americani a riguardo dei selvaggi perseguitati dalla sventura.

 

Ci sono tuttavia alcune eccezioni. Alcuni cuori generosi, commossi dalla pietà, vennero in aiuto degli indiani. Ma l'inutilità degli sforzi tentati fece giocare - in apparenza - ai protettori dei selvaggi il ruolo di traditori che attirano le vittime in un agguato. Nel 1871, nell'Arizona, un accampamento di indiani fu stabilito vicino a Fort Grant dal Tenente Whitman.

 

cacciatore di scalpi

Sopra: uno yankee mostra orgogliosamente lo scalpo di un indiano ucciso. Il governo statunitense ricompensava questi assassini con 15 pounds per ogni indiano adulto ucciso, e 25 pounds per ogni donna o bambino, maschio o femmina, sotto i 14 anni purché fosse esibita la prova (lo scalpo).

 

Questo ufficiale promise loro protezione e ne mise al corrente i suoi superiori per rendere più efficaci le sue buone intenzioni. Fidandosi della sua parola, 500 indiani si ripararono sotto le mura del Forte. Tuttavia, il governo rispose solamente in modo evasivo alle dichiarazioni del Tenente. I selvaggi vivevano pacificamente facendo affidamento sugli impegni presi. Ecco le impressioni di un ufficiale a riguardo del loro atteggiamento e il racconto che fece del loro massacro 12:

 

nativo americano«Ero arrivato a provare rispetto per questi uomini che, malgrado la loro ignoranza e la loro povertà, avevano repulsione per la menzogna e per il furto; e per queste donne che lavoravano allegramente, come gli schiavi, per vestirsi, esse e i loro bambini, e che, soprattutto, stimavano la virtù. Temevo che venissero separati da noi, e avevo solamente un timore: quello di ricevere l'ordine di farli partire. Spesso mi chiedevano se avevo ricevuto una risposta dal governo. Il 30 aprile, stavo pranzando quando, verso le 7,30, mi venne recapitato un dispaccio. Mi era stato inviato dal Capitano Penn, Comandante di Fort Lavell. Mi informava che una grosso contingente di truppe aveva lasciato Tuscan, il giorno 28, con l'intenzione di massacrare gli indiani che risiedevano vicino al Forte. Infatti, il campo venne attaccato all'alba. L'assalto fu così improvviso e così inatteso che nessuno si svegliò per dare l'allarme, e io trovai un gran numero di donne che erano state uccise durante il sonno. Le donne che non erano riuscite a scappare ebbero la testa maciullata a colpi di bastoni e di pietre... I loro corpi furono fatti a pezzi... Ciò che gli indiani non riescono a comprendere è che si venga a sgozzarli quando vivono in pace e senza aver commesso alcun crimine.

 

Sopra: Fort Grant.

 

Un capo mi diceva: "Non voglio più vivere. Le mie donne e i miei figli sono stati uccisi sotto i miei occhi, e io non li ho potuti difendere. Più di un indiano al mio posto prenderebbe un coltello per tagliarsi la gola. Io no; voglio restare in questo mondo per rimproverare a queste persone ciò che hanno fatto. Nonostante questo, nulla mi farà violare il giuramento che vi ho fatto". E parlando dei prigionieri, egli aggiunse: "Ci siano almeno resi; i nostri nipoti cresceranno nella schiavitù, e le nostre ragazze in un stato ancor peggiore"».

 

Quale fu la fine di questi orrori? Il protettore degli indiani, il Tenente Whitman, venne dimissionato. E qualcuno venne punito? Nessuno. Abbiamo finito questa abominevole storia dei rapporti degli americani con gli indiani? Ahimè, no! Andremo fino alla fine. Occorre coraggio per non arretrare davanti a questo compito; avremo tale coraggio. Nel 1867, i Cheyenne fecero un trattato secondo il quale abbandonavano le loro terre e si riservavano il diritto di caccia.

 

Continuarono la loro vita nomade fino al 1876. Malgrado le convenzioni con il governo, nel 1869 venne impartito un ordine militare che dichiarava che tutti gli indiani che si spostavano dovevano essere considerati come nemici. Fu in virtù di quest'ordine che le truppe degli Stati Uniti, sotto il comando del Generale Ranald Slidell MacKenzie (1840-1889) e come ufficiale superiore il Generale George Crook (1828-1890), attaccarono, nel novembre del 1876, il villaggio del Capo Cavallo Pazzo (1840-1877).

 

ranald slidell mackenzie - george crook - cavallo pazzo

 

L'assalto ebbe luogo all'alba. Gli indiani non avevano munizioni e non abitavano nelle case, perché non occupavano un luogo fisso in virtù del trattato che permetteva loro di viaggiare. La tribù, che si credeva al sicuro, dormiva ancora. Venne accerchiata e sgozzata a sangue freddo. Il Generale MacKenzie, dopo questo atto di barbarie, scrisse al Generale Crook:

 

«Non posso che lodare la brillantissima condotta e il coraggio delle truppe che portarono velocemente a compimento la missione».

 

zio sam - genocidio

 

E a tutt'oggi, il governo ha mantenuto il silenzio a riguardo di queste atrocità, né mai nessuno gliene ha chiesto conto. L'anno seguente, nel settembre del 1877, il Capo di questa tribù massacrata, Cavallo Pazzo, venne arrestato a Spotted Tail-Agency. La sera del 5 di questo stesso mese, giunse a Fort Robinson come prigioniero. Vicino all'abitazione delle guardie, mentre era disarmato, un soldato gli diede un colpo di baionetta ed egli spirò alcune ore dopo.

 

Il governo, che proteggeva in questo modo i suoi prigionieri, lasciò ancora una volta che questo crimine cadesse nell'oblio, e il soldato che aveva ucciso il capo indiano non venne punito come quelli che avevano massacrato la tribù. I Cheyenne del Nord erano stati cacciati dal loro territorio e trasportati a Sud del loro paese. Essi non amavano questa nuova regione dove il governo li aveva obbligati a prendere dimora. Questi indiani non nascosero l'intenzione che avevano di tornare nel loro vecchio paese. Il 5 settembre 1878, l'agente ne informò l'ufficiale in capo di Fort Reno.

 

cheyenne

Sopra: guerriero Cheyenne.

 

Il 9 dello stesso mese, 300 indiani, tra cui 87 guerrieri, ripresero la strada verso Nord. Avevano otto ore di anticipo sulle truppe che li sorvegliavano. Gli indiani non si resero colpevoli di alcun danno e non spararono un colpo prima di essere attaccati. Furono raggiunti dall'Esercito americano e fatti prigionieri. Essi vennero tenuti prigionieri per due mesi a Fort Robinson.

 

Durante questo periodo, il governo doveva prendere una decisione. Fu deliberato che gli indiani sarebbero stati riportati con la forza a Sud e che quelli che si erano battuti sarebbero stati consegnati al governo. Dull Knife («Coltello che non taglia»), Capo della tribù, protestò, dichiarando che queste misure costituivano una violazione delle promesse che erano state fatte loro al momento in cui si erano arresi alle truppe. Aggiunsero tutti che sarebbero morti piuttosto che abbandonare la loro patria e tornare nel Sud del territorio.

 

dull knife

 

Anziché trattare, gli ufficiali decisero di lasciare i prigionieri al gelo. Si era nel bel mezzo dell’inverno e il freddo era molto intenso. Questi uomini crudeli, usando la loro autorità, abbandonarono queste povere creature - uomini, donne e bambini - per cinque giorni, senza mangiare nulla, senza avere di che coprirsi o riscaldarsi, esposti ad un vento glaciale. Un interprete sorprese il progetto di fuga che meditavano le vittime e ne informò l'ufficiale. Ciò che seguì fu spaventoso.

 

Sopra: i Cheyenne condotti al massacro.

 

Il 9 gennaio, tutte le barelle furono preparate. Le persone di servizio non ebbero il permesso di ritirarsi. Le truppe restarono in piedi. Le finestre della prigione furono lasciate aperte. Perché tutte queste misure? Quella stessa notte, Dull Knife diede il segnale verso le undici. Tutti i guerrieri uscirono attraverso le finestre aperte, seguiti delle loro donne e dai loro figli. Avevano tenuti nascosti alcuni revolver. Se ne servirono contro le guardie, ne ferirono quattro e presero la via della fuga.

 

Ma tutto era pronto per il massacro. Il corpo di guardia principale si precipitò sui fuggitivi, ne uccise subito una quarantina, e 160 cavallerizzi si lanciarono in una «caccia selvaggia» sulle tracce dei superstiti di questa banda sfortunata. Uomini, donne e bambini malvestiti, morti di fame e di freddo, fuggivano davanti ad essi nelle tenebre in quella terribile notte di gennaio.

 

I soldati sparavano in tutte le direzioni. L'indomani, un dispaccio di Fort Robinson annunciò che non un indiano sarebbe sfuggito. Le truppe si divisero e continuarono la caccia fino al 22 gennaio in diverse direzioni. Furono rinforzate da truppe fresche. Il 26 gennaio, gli ultimi elementi della banda furono accerchiati. I poveri indiani, mezzi morti di stanchezza, di freddo e di fame, si precipitarono sui soldati con i loro coltelli. Vani sforzi: una scarica generale li stese a terra, consumando questa spaventosa carneficina. Un solo uomo sfuggì alla morte con sette donne, di cui cinque gravemente ferite. Un testimone oculare scrisse:

 

«Demmo un'occhiata ai morti e ai feriti riportati al forte. I soldati raccolsero ventisei cadaveri congelati. Erano rigidi come pezzi di legno, tutti traforati da tre a dieci pallottole. Le donne erano in un stato che non si può descrivere; un triste mucchio di povere e miserabili creature del buon Dio 12. Vennero scalpati; li si trattò con una brutalità che gli indiani non avrebbero mai potuto nemmeno immaginare».

 

massacro dei cheyenne

Sopra: articolo dell'epoca che denunciò il massacro deliberato degli indiani a Fort Robinson. «Il sentiero di morte dei Cheyenne». Sottotitolo: «Ẻ stata una vana speranza che ha spinto questi Cheyenne a tentare di tornare nelle loro terre, ma è toccato all'intera armata il compito di sterminarli».

 

Ci fermiamo davanti a questo spettacolo e non abbiamo la forza di esprimere le nostre impressioni. Ecco i fatti che nessuno potrebbe negare. I documenti sono indiscutibili. Sono di dominio pubblico. E abbiamo parlato solamente degli orrori commessi dalle truppe del governo. In certe parti d'America, i bianchi arrivati troppo numerosi per avere una parte del terreno, infastiditi dalla presenza degli indiani, hanno utilizzato un altro metodo per sbarazzarsene.

 

Essi vendettero loro delle farine, dello zucchero o altri cibi avvelenati, e così, nel giro di alcune settimane, alcuni campi interi scomparirono. I bianchi potevano contare, nel loro infame compito, sulle malattie sconosciute tra gli indiani. In particolare il vaiolo, contro cui i selvaggi erano incapaci di difendersi e che non sapevano curare. Ecco un fatto spaventoso che mi fu raccontato un giorno da testimoni attendibili. I bianchi avevano deciso di distruggere un campo indiano. Erano sulle coste del Pacifico.

 

Essi appesero semplicemente ad un albero, all'entrata del campo, gli abiti di un uomo che era appena morto di vaiolo. Gli indiani videro questo vestito, e lietissimi della loro scoperta, lo presero e si vestirono. Presto la terribile malattia si sparse nel campo, e di parecchie centinaia di selvaggi che abitavano in quell'accampamento, restò solamente una dozzina di povere persone ridotte a piangere la tribù interamente devastata dal flagello.

 

vaiolo fra gli indiani

Sopra: il vaiolo fa strage tra i nativi.

 

Questi perseguitati dalla sventura non sapevano che male li tormentasse, andavano a fare il bagno per lavarsi, e morivano accatastati gli uni sugli altri sul bordo del fiume! Ci furono altre malattie che decimarono gli indiani, e che sono i tristi doni dell'immoralità dei bianchi. La scrofolosi li colpì dopo l'arrivo dei loro vincitori. Questo male, sconosciuto tra i selvaggi prima di venire a contatto con gli americani, è stata la causa principale della spaventosa mortalità dei bambini.

 

Il sangue degli indiani è impoverito. Lo si deve anche al piccolo numero al quale sono stati ridotti, alla dispersione delle tribù e ai numerosi matrimoni che contraggono tra parenti. Le malattie polmonari, gli umori freddi e le piaghe maligne, sono molto frequenti tra queste povere vittime. Ed ecco i frutti della civiltà americana! Essa diffonde il contagio microbico, quando non dà la morte! Qualche anno fa si contavano nella California 80.000 indiani. Oggi, l'incontro di un solo indiano è un fatto straordinario. Il selvaggio è diventato oggetto di curiosità. Come mai gli indiani sono scomparsi? Dopo la lettura di questo capitolo, non occorrerà più chiederselo.

 

La sorte degli indiani

 

Prima di terminare, vorrei parlare molto brevemente dello stato politico attuale degli indiani; perché hanno un stato politico. Dopo le infamie che ho appena riportato poggiando su documenti di un'autenticità incontestabile, sembrerebbe che la condizione dell'indiano, nei suoi rapporti con il governo di Washington, sia stato unicamente quella di un nemico che è stato posto al di fuori del diritto delle persone; qualcosa di simile alla situazione dell'orso delle Montagne Rocciose, di fronte alla carabina del cacciatore di pelli.

 

jim bridger - kit carson

Sopra: da sinistra, Jim Bridger e Kit Carson,

due tra i più famosi cacciatori di pelli dell'epoca.

 

Praticamente e di fatto, il selvaggio è esposto a tutte le ingiustizie, a tutte le crudeltà; è un fatto certo che il governo repubblicano degli Stati Uniti si è coperto di vergogna e di sangue. Ma in teoria e in via di principio, esso ha tentato di dare all'indiano una sorte migliore. C'è una legislazione che ha per scopo la protezione dell'indiano e la salvaguardia di una parte dei suoi diritti.

 

Gli uomini di Stato di Washington, vedendo l'emigrazione dei bianchi estendersi come un immenso torrente straripato e guadagnare l'Ovest, compresero che i selvaggi avrebbero perduto tutto il loro territorio e si sarebbero trovati alle prese con gli emigranti, individui senza alcuna moralità né coscienza, che non avrebbero indietreggiato davanti a nessuna vessazione, nemmeno di fronte all'assassinio. Essi proposero dei trattati alle diverse tribù e assegnarono a ciascuna di esse alcuni campi privilegiati che furono delimitati come i nostri dipartimenti in Francia. Fu vietato ai bianchi di fermarsi e di stabilirsi in queste aree.

 

Anche il taglio del legname e il pascolo delle greggi non era permesso. Queste zone vennero definite «riserve». Tali riserve e le tribù che vi vivono furono poste sotto la direzione di un agente, le cui mansioni hanno qualche analogia con quelle dei prefetti nei dipartimenti francesi. Egli deve mantenere la pace, perseguire i bianchi che danneggiano gli indiani e corrispondere con l'Indian Bureau, la cui la sede è a Washington, ogni volta che sopraggiunge un incidente imprevisto. Il compito non è sempre facile, ma di chi è l’errore? La maggior parte degli indiani subordinati a questi agenti sono stati trasportati volenti o nolenti nelle riserve.

 

riserva indiana

Sopra: pellerossa sopravissuti in una riserva.

 

Occorrerebbe una grande prudenza e una perfetta saggezza per condurli alla sottomissione. Ora, l'agente sa esercitare solamente il diritto del più forte e non ha troppo spesso che un argomento: l'intervento dell'Esercito che, al primo segnale, va a disporsi ai suoi ordini; nella maggior parte delle riserve, egli non rappresenta che l'ingiustizia. L'agente si tiene la maggior parte dei soccorsi che il governo invia di tanto in tanto agli indiani.

 

In certe epoche critiche, mentre le tribù erano prostrate sotto il peso di tutti i mali e i flagelli possibili, si sono visti certi agenti confiscare i viveri e il denaro che Washington spediva agli indiani, e lasciare morire di fame centinaia di questi infelici. Del resto, come un gran numero di incarichi in America, quello di agente non viene mai affidato al più degno o al più capace. Non si chiede loro se sono degli uomini di coscienza, se hanno un'intelligenza consona a quel tipo di affari, se sono pieni di buone disposizioni a riguardo dei selvaggi che dovranno salvaguardare e difendere.

 

riserva indiana

Sopra: oggi gli indiani, quando non sono vittima dell'alcol, escono dalle loro case e ballano le loro danze rituali per gli yankee, come se fossero fenomeni da baraccone o attrazioni da circo.

 

Tutto dipende provvisoriamente dall'accordo più o meno perfetto delle idee politiche del candidato con il colore del partito al potere. Quando, in seguito a nuove elezioni, il governo si trasforma, il nuovo potere licenzia tutti i funzionari che sono in carica per affidare il loro incarico agli uomini del partito vincente. Dai ministri di Stato fino ai più modesti impiegati, tutti devono abbandonare il posto, e gli agenti, come tutti gli altri, vengono trascinati nella corrente.

 

Così, se per caso uno di essi è buono con gli indiani, fedele al suo dovere, ma non trova grazia per la sua nobile condotta, ha per successore il primo venuto che è sempre abbastanza degno di questo onore, abbastanza capace di portare queste gravi responsabilità, se segue la bandiera della fazione preponderante. Cosa possono pensare gli indiani di un simile sistema amministrativo, loro che nella successione dei loro capi sono per il principio di eredità e per la monarchia?

 

Non hanno nemmeno il tempo di rendersi conto se l'agente che li protegge è un uomo intelligente e devoto, un amico o un padrone. In questa processione di agenti si passa, ma non si ripassa. Nessuna fiducia potrebbe dunque stabilirsi. E poi, parliamo francamente: quanti agenti hanno solamente da guadagnare se non vengono conosciuti! Quest'anno, sono stato testimone di un fatto che prova che non bisogna studiare troppo da vicino il loro comportamento. Il governo aveva fatto distribuire ai Crow un gran numero di mucche, per sostituire i bufali completamente sterminati dai bianchi. Bisognava abituare progressivamente gli indiani all'allevamento del bestiame.

 

teschi di bisonti

Sopra: montagna di teschi di bufali in una fotografia scattata nel 1870. Il governo statunitense ne decretò il massacro per usarne la carne come fertilizzante. In realtà, si trattava di privare i pellerossa del loro cibo principale, e così farli morire di fame.

 

Dunque, le mucche furono messe, per parecchi anni, sotto la direzione dell'agente. Ora, nel mese di giugno del 1888, essendo terminata l'educazione degli indiani allevatori, venne ordinato all'agente di restituire le mucche ai proprietari. Quelli che avevano ricevuto due mucche, cinque anni prima, all'epoca della ripartizione delle bestie, dovevano ricevere da otto a dieci capi, essendosi il gregge necessariamente moltiplicato; e tutti i proprietari di questi animali avevano gli stessi diritti nella stessa proporzione.

 

Che cosa accadde? Al posto dei dieci capi promessi, gli indiani ne ricevettero solamente due, e certi proprietari non ebbero nulla. Non uno solo dei giovani capi di bestiame venne restituito. Che cosa aveva fatto l'agente? Un commercio molto lucrativo con questo gregge che non gli apparteneva. Aveva venduto tutti i prodotti intascandone il ricavato. Ecco come questi «onesti impiegati» sfruttano la situazione, e questo accade ovunque.

 

james mclaughlin - agente indiano

Sopra: James McLaughlin (1842-1923), l'agente indiano coinvolto nell'arresto e nell'uccisione del ribelle capo dei Lakota Toro Seduto, avvenuta nel 1890 nella Standing Rock Reservation.

 

Mettono da parte per loro stessi una buona parte dei soccorsi inviati agli indiani per la loro mediazione. Sono forse puniti per questi furti? Nient'affatto: sembra che la giustizia non li raggiunga mai. Quando lo scandalo è troppo palese e i reclami troppo pressanti, il governo è obbligato ad agire. Che cosa fa? Chiede all'agente le sue dimissioni. Questi si affretta a consegnarle. Ma poi parte con il portafoglio pieno, e siccome tutti quelli che hanno autorità per punirlo si rifiutano di farlo, l'impunità perfetta gli viene assicurata.

 

Se la giustizia è così zoppicante nell'amministrazione delle riserve, non ci si deve sorprendere se le più odiose iniquità avvengono anche al di fuori delle riserve. In questo saccheggio universale, i bianchi si intendono e si incoraggiano reciprocamente, e il povero indiano è costretto a fuggire davanti a questa potente lega, dove il potere pubblico e gli inferiori si tendono la mano, unita di comune accordo, dalla stessa cupidigia. Ho visto degli indiani, che abitavano al di fuori delle riserve, ai quali i bianchi avevano strappato con la forza i campi e le proprietà.

 

Cacciati dai loro possedimenti con tutta la loro famiglia, essi si allontanavano per non dover ricorrere alla forza. Essi contavano sulla giustizia che andavano a chiedere presso gli agenti. Attualmente, questi indiani aspettano ancora che si faccia giustizia a fronte delle loro lamentele. Circa cinque anni fa, il governo si aggiudicò quasi la metà della riserva che è localizzata vicino alla Colombia. La tribù dei Simponskuenchis si ritrovò così in parte sul territorio consegnato ai bianchi.

 

A questi indiani venne offerto di prendere il titolo di cittadini e di pagare «la tassa», per possedere ufficialmente e per sempre le loro fattorie e le loro terre. Un certo numero accettò la proposta. Essi pagarono la tassa, ma non venne mai loro rilasciata alcuna carta. Le loro terre vennero presto e brutalmente rilevate dai fattori bianchi. Reclamarono, ma anch'essi aspettano che si faccia loro giustizia, o meglio, non aspettano più. Gli americani si stupiscono che, di fronte a simili atti, gli indiani non amino i bianchi, e che siano sempre diffidenti! Se, dopo tante ingiurie, questi infelici esasperati commettono un omicidio, dobbiamo sorprenderci?

 

indiani hopi agricoltori

Sopra: indiani Hopi al lavoro nelle

fattorie all'interno delle riserve.

 

Nel caso ciò avvenga, si può essere certi di due cose. Se è un indiano che ha ucciso un bianco, l'indiano verrà immediatamente perseguito, arrestato e impiccato, spesso senza altra forma di processo. Se, al contrario, è un bianco ad aver ucciso un indiano, nessuno si occuperà del crimine: si fingerà di ignorarlo, e alla fine resterà impunito. Questa spietata severità esercitata nei confronti degli indiani, e  questa impunità accordata al bianco sono i principali ostacoli al piano del governo.

 

Quest'ultimo adopera tutti i mezzi di persuasione per convincere gli indiani ad abbandonare le loro terre e a ritirarsi nelle principali riserve. Ma esso fallisce in presenza di una diffidenza che le ingiustizie compiute ogni giorno dai bianchi rendono più che legittima. Questi poveri selvaggi temono di mettersi nelle mani di coloro che vedono essere chiaramente i loro nemici.

 

Essi preferiscono custodire la loro indipendenza. Il governo aveva promesso a parecchie tribù che avrebbe costruito nuove case, che avrebbe fornito queste case di tutti gli utensili e i beni mobili indispensabili, che avrebbe fatto arare e seminare le loro terre per i primi due anni, che avrebbe fornito loro tutti gli strumenti di lavoro necessari, gli animali, i cavalli e le mucche e infine che avrebbe pagato le fattorie che le tribù possedevano e che dovevano abbandonare per andare nelle riserva.

 

indian farmer

 

Per trattare a proposito di queste proposte, diversi capi, appartenenti a numerose tribù, furono chiamati a Washington. Ma gli indiani rifiutarono queste proposte. Essi preferivano molto di più la loro povertà e la mancanza di ogni cosa, piuttosto che lasciare la loro patria per recarsi in una terra straniera. In altre contrade del Nord-Ovest, il governo, attraverso la mediazione degli agenti, volle fare delle distribuzioni gratuite di carretti, di bardature e di attrezzi.

 

Desiderava così riparare in parte gli oltraggi e i danni passati; ma gli indiani non vollero accettare nulla. Temevano questi doni; temevano le frodi e le ingiustizie che sembravano nascondere. Soprattutto, non volevano dare l'impressione di riconoscere al governo un qualsiasi diritto sulle loro terre. Parecchi ispettori e agenti si riunirono per persuadere gli Spokanes e altre tribù a ritirarsi nelle riserve di Coeurs-d’Alène, di Colville o di Saint-Ignace. Il consiglio, formato da essi e dai capi tribù, durò per lunghe giornate. Le trattative continuarono a più riprese. Un giorno, un capo si alzò e pronunciò questo discorso:

 

«Washington è capo, è anch'io sono un capo: non c'è differenza tra noi due. Si vuole che lasciamo la nostra contrada per andare da un'altra parte; come potrebbe il mio cuore essere buono quando sento queste parole? Guardate intorno di noi; questo paese è quello dei miei padri; è il mio; l'avete rubato, voi, bianchi... Tutt'attorno alla nostra città, sul pendio di queste colline, chi può contare le tombe dei nostri antenati? Volete che abbandoni i miei morti, che venda la loro ultima casa e la mia patria? No, non accetto i vostri doni, e conservo il mio paese».

 

indiani sioux

 

Un altro capo, quello delle Teste Piatte, diceva in una circostanza simile:

 

«Voi, capi bianchi, eccovi ancora con le vostre promesse per farci partire dalla nostra terra. Da molto tempo conosco i bianchi; da molto ho ricevuto delle promesse; ma non le avete mai mantenute queste promesse, e voi oggi vorreste che vi creda»?

 

Questi discorsi, di un'eloquenza piena di una singolare fierezza e di un sommo disprezzo per i miserabili che hanno ingannato l'indiano, ci rivelano chiaramente le cause dell'insuccesso del governo degli Stati Uniti nell'esecuzione del suo piano. La malafede, il raggiro e la crudeltà dei bianchi, si trovano nell'impotenza di fronte alla lealtà dei selvaggi e al loro amore per il paese dei loro antenati.

 

Nulla può vincere una resistenza che poggia sui sentimenti più nobili e più disinteressati. Non sono l'astuzia, la frode e il massacro che possono civilizzare un popolo. Gli americani avrebbero dovuto comprenderlo e avrebbero dovuto favorire l'unico potere in questo mondo capace di domare le volontà più ribelli.

 

La Croce ha dimostrato di essere l'unica in grado di dare la vera civiltà. Venendo in aiuto dei missionari che camminano alla conquista delle anime, con la Croce in mano, il governo degli Stati Uniti avrebbe fatto più in un anno per la felicità degli indiani che non farà in un secolo con i metodi che ha utilizzato a tutt'oggi. I principî religiosi e la verità cattolica avrebbero dato un risultato completamente diverso da quello raggiunto dalla forza e dalla politica.

 

missionario cattolico

Sopra: missionario cattolico fotografato

insieme ai suoi fedeli pellerossa.

 

È vero che ultimamente gli uomini di Stato di Washington sembrano propendere per questa tattica soprannaturale e divina, pure non vedendoci nient'altro che qualcosa di umano. Essi proteggono e incoraggiano l'educazione degli indiani nelle nostre scuole cattoliche. I missionari ottengono facilmente un obolo mensile di nove dollari per ogni bambino. Questa somma è poca cosa, ma, nella nostra estrema miseria, è una grande risorsa. Per lo Stato si tratta di una spesa ben inferiore alla somma enorme che ha dispensato agli indiani che non hanno missionari.

 

alce nero

Sopra: Alce Nero (1863-1950), uomo della medicina dei Lakota-Sioux, convertitosi al cattolicesimo grazie all'operato dei missionari gesuiti nel 1904, mentre recita il santo Rosario insieme alla figlia.

 

Sopra: nativi americani

alla balaustra in chiesa.

 

E le tribù che hanno tra esse dei predicatori della verità cattolica, le Vesti Nere, sono quelle per cui il governo ha speso meno, perché in cinquant'anni che portano il giogo del Vangelo, esse non hanno causato nessun problema politico. I fatti provano, dunque, che la religione cattolica avrebbe procurato la pace sociale all'America, che avrebbe civilizzato rapidamente i selvaggi. Purtroppo, questa verità solare non è stata compresa da tutti. Sotto il Presidente Ulysses S. Grant (1822-1885), un gran numero di missioni cattoliche è stato stravolto, i missionari cacciati e le tribù abbandonate alle sètte protestanti.

 

ulysses s. grant

 

Queste povere persone piangevano per la partenza dei loro sacerdoti che non fecero mai più ritorno. Ecco ciò che è accaduto sotto il regime della libertà! Quale sarà la politica futura del governo? È facilmente prevedibile che non renderà gli indiani più felici o migliori. Quale sistema adotterà? È difficile rispondere a questa domanda. Molti si ribellano e scalpitano contro le riserve. Certi uomini avidi vorrebbero aprirle ai bianchi e impossessarsi di quel poco che resta nelle mani degli indiani.

 

La corrente delle idee porta in questo senso: un giorno o l'altro, questa nuova ingiustizia si avvererà. Il governo cederà. Già si è passati ai fatti violando alcune riserve. Il governo ha lasciato che gli indiani delimitassero innanzi tutto i loro possedimenti. Qualche agente inviato apposta da Washington ha concesso ad alcuni di essi fino ad un miglio quadrato di terreno; così è stato, ad esempio, in Colombia, tra Okénakan e Yakima.

 

missionario protestante

Sopra: un certo Elliot, il primo missionario protestante inviato tra gli agli irochesi. Paradossalmente, i nativi americani sono stati massacrati proprio a causa del libero esame della Sacra Scrittura insegnato dagli evangelici.

 

I politici dicono che al momento presente questo è il sistema migliore: aprire tutte le riserve e non lasciare a ciascun indiano e ad ogni individuo che una certa superficie di terreno a sua scelta, se ancora non si è stabilito. Tutto il resto verrebbe poi consegnato al primo occupante. Il giorno in cui questi disastrosi principî saranno applicati su vasta scala, suonerà l'ora della distruzione totale dell'indiano. Non esisteranno più tribù. Sarà il colmo di tutte le empietà che abbiamo riportato.

 

Esistono alcune tribù che sono abbastanza civilizzate per non perire quando verranno colpite da un colpo così terribile. Sono le tribù già insediate che vivono come i bianchi e coltivano la terra. Sono quelle che i missionari hanno formato alla pratica della vita cristiana. Ma molte altre sono ancora nell'infanzia della civiltà: poveri bambini che non possono ancora camminare da soli e che una crudele matrigna abbandona nel momento in cui fanno i loro primi passi.

 

Queste tribù non potranno resistere allo shock e moriranno di miseria. In quanto alle tribù per le quali non è ancora stato tentato nulla, dove il governo degli agenti non ha fatto nient'altro che seminare l'odio per i bianchi e il disgusto per la civiltà, dove il missionario non è ancora apparso, saranno veramente rovinate dalla guerra ed è il massacro che le aspetta.

 

 

Dunque, è manifesto che non si salveranno gli ultimi resti di queste disgraziate popolazioni che aprendo delle missioni. Bisognerà stabilirle al prezzo dei più grandi sacrifici, ma la cosa è possibile. In esse risiede l'unica speranza di salvezza. E se si lascia libertà ai missionari, essi non falliranno il loro obiettivo. Essi hanno la certezza che da questi nobili e sublimi imprese produrranno una grande consolazione per la Chiesa cattolica e una grande gloria per Dio.

 

monte rushmore - capi indiani

 

 

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Note

 

1 Traduzione dall’articolo originale francese L'indien du nord-ouest, a cura di Paolo Baroni. Articolo estratto dalla rivista dei gesuiti Études, gennaio-aprile
1890, vol. XLIX, Anno XXVII, pagg. 471-500.

2 Si consulti, ad esempio, l’opera di Jean Dumont intitolata Il Vangelo delle Americhe. Dalla barbarie alla civiltà, Ed. Effedieffe, Milano 1992.

3 Il Benedicite è la preghiera in latino che si dice prima di mangiare («Benedite noi e questi doni che stiamo consumando grazie alla Vostra bontà. Per Cristo nostro Signore. Amen»).

4 Cfr. The Chamber of Commerce, agosto 1888, supplemento.

5 Questi dettagli sono stati estratti dal Rapporto delle Commissioni di Pace, 1868-1876.

6 Cfr. Report of the Sioux Commissioners, 1876. The Appendix to Report of Commissioner of Indian Affairs for 1876, pagg. 334-347.

7 Ibid., pag. 242.

8 Cfr. Appendix to Doolittle Report, pagg. 432 e 433.

9 Si pensi al massacro perpetrato da Chivington.

10 Cfr. The Report of the Indian Bureau. To the House of Representatives, giugno 1867.

11 Cfr. Rapporto del Generale Ord, 1869.

12 Cfr. Massacro degli Apache a campo Grant, 1879.

13 «They are a glastly pile of God’s poor despised children».

 

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